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RE VITTORIO EMANUELE III
VITTORIO EMANUELE III
RE D’ITALIA dal 1900 al 1946
In grassetto le parti salienti
Vittorio Emanuele (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto , 28
dicembre 1947), Principe di Napoli e Principe ereditario (1878-1900) e
Re d'Italia (1900-1946)
Al momento dell’ascesa al trono, Vittorio Emanuele III non aveva ancora
compiuto 31 anni, ed avrebbe regnato per 46 anni; il 9 maggio 1946,
infatti, avrebbe abdicato a favore del figlio Umberto II, prendendo la
via dell’esilio.
Il suo è stato uno dei regni più lunghi della storia ed ha assistito a mutamenti
tecnologici e di mentalità addirittura epocali.
Vittorio Emanuele III era stato battezzato il «Re soldato»; ad
accreditare questa definizione fu il fatto che la prima guerra mondiale
fosse considerata anche quella che aveva concluso il Risorgimento e
reso possibile il compimento dell’unità nazionale; ma concorse
soprattutto il comportamento del Sovrano, il quale, dando prova del più
alto senso del dovere, cedette la Luogotenenza del Regno al cugino
Tommaso, duca di Genova, e, per 36 mesi, fu soldato tra i soldati, sui
campi di battaglia più esposti, mentre le sale del Quirinale venivano
trasformate dalla Regina Elena in corsie d’ospedale per i combattenti
feriti.
In effetti, però, Vittorio Emanuele III fu assai più incline
all’attività civile di governo, piuttosto che alle imprese militari,
nelle quali, pur tuttavia, si dimostrò sempre all’altezza del suo
ruolo, ogni qual volta gli eventi ve lo chiamarono; e molti dei suoi
atti di governo furono anticipatori dei tempi, al punto da apparire
attuali tuttora.
Salito al trono, a seguito dell’assassinio di suo padre, respinse le
pressioni degli ambienti che avrebbero voluto una politica di
repressione esemplare ed il suo primo «discorso della Corona» (20
febbraio 1902), scritto di suo pugno, fu di sorprendente apertura alle
ragioni della contestazione, che pure era costata la vita al padre, del
quale non mancò rammentare l’impegno: «Nella scorsa sessione
legislativa, grazie alla sollecita opera vostra, si poterono compiere
riforme lungamente sperate ed attese e si poté iniziare quella migliore
distribuzione degli aggravi che la giustizia sociale consiglia.
Conviene ora con prudente risolutezza proseguire sulla strada che la
giustizia sociale consiglia...in sollievo delle classi lavoratrici...
sono felici portati della civiltà nuova l’onorare il lavoro, il
confortarlo di equi compensi e di preveggente tutela, l’innalzare le
sorti degli obliati dalla fortuna. Se a ciò Governo e Parlamento
provvedano, egualmente solleciti dei diritti di tutte le classi,
faranno opera memoranda di giustizia e di pace sociale».
Il tema della pace sociale ricorse frequentemente nelle raccomandazioni
di Vittorio Emanuele III; nel «discorso della Corona» del 30 novembre
1904, annunciò l’introduzione di un nuovo istituto del quale si sente
la mancanza ancor oggi: «L’ardente contrasto fra capitale e lavoro che
ora si combatte con la sola arma dello sciopero, fonte di tanti dolori
e nel quale vince solamente il più forte, potrà essere in molti casi
composto con l’arbitrato che assicuri la vittoria alla giustizia e
all’equità,...così un nuovo grande passo nelle vie della civiltà farà
regnare sovrana la giustizia nei rapporti tra le classi sociali».
Nel «discorso» del 24 marzo 1909, sostenne: «La politica di ampia
libertà ha assicurato, col miglioramento delle classi lavoratrici, le
condizioni di una feconda pace sociale, senza arrestare, né ritardare
il progresso delle industrie e dei commerci...vorrà il Parlamento
proseguire quell’opera di legislazione sociale alla quale
coraggiosamente l’Italia si è accinta»; in questo «indirizzo», il
sovrano affrontò anche il tema della giustizia, tuttora d’attualità:
«...urge stabilire forme rapide, semplici e leali di
contraddittorio;...è necessario che più moderni metodi d’istruzione
correggano il danno delle indagini lunghe, misteriose, difficili».
Un nuovo appello al tema sociale lo si ritrova nel «discorso della
Corona» del 27 novembre 1913, nel quale Vittorio Emanuele III definì
«necessaria conseguenza un indirizzo legislativo ed un’opera di governo
diretti ad un tempo a conseguire una più elevata condizione
intellettuale, morale ed economica delle classi popolari e a promuovere
una più intensa produzione che innalzi il livello della ricchezza
nazionale ricordando sempre che massimo coefficiente di prosperità per
un popolo è la pace sociale e che solamente un’agricoltura ed
un’industria fiorenti possono assicurare il benessere delle classi
popolari. Dovremo quindi perfezionare e completare la legislazione
sociale a favore dei lavoratori, proseguire ed intensificare quella
politica di lavoro alla quale si devono in molta parte i progressi
economici compiuti; curare i grandi interessi dell’agricoltura e
dell’industria...e poiché il valore di un popolo si commisura dal grado
della sua cultura, dobbiamo coi mezzi più efficaci assicurare che
l’istruzione popolare sia rapidamente estesa a tutti i cittadini e resa
sempre più completa; che si intensifichi l’insegnamento di arti e
mestieri e di agricoltura».
Dunque, Vittorio Emanuele III, si può affermare unico Capo di Stato del
suo tempo nel mondo intero, seppe antevedere con analisi lungimirante i
temi fondamentali del nuovo secolo ed indicarli al Parlamento, perché
li affrontasse e li risolvesse. Il Re, nel sociale, si dimostrava assai
più avanti dei rappresentanti del Popolo e spesso del Popolo stesso.
I critici definirono l’Italia di Vittorio Emanuele III l’«Italietta»,
perché popolare e sparagnina; Mario Missiroli, in un libro dal titolo
«La monarchia socialista», che vide la luce nel 1914, scrisse
testualmente «La monarchia si fa socialista perché il socialismo è
nemico di ogni grandezza, negazione di tutte le idealità nazionali...
largisce il suffragio universale... sotto l’alluvione degli analfabeti
rimarranno soffocate le nuove velleità di una patria grande e di una
politica di principi».
Sta di fatto che, tra il 1900 ed il 1921, l’Italia recuperò molti dei
suoi ritardi storici, corresse i conti pubblici, realizzò opere
pubbliche che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del Paese;
basti pensare che, nel 1921, come ha riconosciuto mesi addietro il
sottosegretario Burlando, la nostra rete ferroviaria era pari a quella
attuale; e l’Italia, come ha scritto il massimo storico dell’industria
italiana Valerio Castronovo, da area quasi esclusivamente agricola, già
alla vigilia della prima guerra mondiale era divenuta la 7° potenza
industriale del mondo; l’Italia era tra i pochissimi Stati ad avere
raggiunto il pareggio di bilancio ed era il solo Paese al mondo nel
quale la carta-moneta era tanto stabile, da fare aggio sull’oro; venne
ridotto verticalmente l’analfabetismo e sostenuta la cultura
scientifica.
Nel 1907, Vittorio Emanuele III fondò la «Società italiana per il
progresso delle scienze», che aveva il compito di razionalizzare il
progresso scientifico, attraverso lo scambio di conoscenza tra gli
studiosi italiani, in congressi che si svolgevano ogni anno in città
diverse della Penisola, di modo che non vi fossero solo le assise di
vertice, ma che la cultura scientifica si diffondesse anche ai diversi
strati di un Paese che era più conosciuto per i prodotti della
creatività artistica, che non per le scoperte scientifiche e le
produzioni tecnologiche.
Tappe di questo programma furono l’istituzione dei «Cavalieri del Lavoro» (1901)
e quella dei «Maestri del lavoro» (1923).
Il periodo compreso tra la sua ascesa al trono ed il 1921 fu stagione di feconda
attività rivolta alla legislazione sociale.
Sotto il suo Regno, vennero approvate leggi fondamentali:
- sulla tutela giuridica degli emigranti (1901);
- per la tutela del lavoro delle donne e dei minori (1902);
- contro la malaria e per la chinizzazione (1902);
- per la istituzione dell’Ufficio del lavoro (1902);
- per la realizzazione delle case popolari (1903);
- il testo unico sugli infortuni sul lavoro (1904);
- sull’obbligo del riposo settimanale (1907);
- sull’istituzione della Cassa nazionale delle assicurazioni sociali (1907);
- sulla mutualità scolastica e sulla istituzione della Cassa nazionale per la
maternità (1910);
- sull’assistenza a favore dei colpiti da disoccupazione involontaria (1917).
Nel 1905, accolse il suggerimento di Davide Lubin ed avviò la lotta
contro la fame nel mondo, istituendo e divenendo il principale
finanziatore dell’«Istituto internazionale dell’Agricoltura», l’odierna
FAO.
Fu con il contributo finanziario personale di Vittorio Emanuele III che
vennero fondati, a Milano, la prima «Clinica di medicina del lavoro»
d’Europa e l’«Istituto nazionale Vittorio Emanuele III per lo studio e
la cura del cancro», che fu uno dei primi nel mondo intero.
Altra iniziativa di grande portata voluta da Vittorio Emanuele III fu
la istituzione dell’«Opera nazionale combattenti», che si colloca in un
periodo particolarmente cruciale per la storia non soltanto
dell’Italia, ma del mondo intero;
nel 1917, nella fase risolutiva della prima guerra mondiale, mentre in
Russia imperversava la rivoluzione sovietica e nel mondo intero si
agitavano fermenti che minacciavano di far permeare ovunque i germi di
rivoluzioni dagli effetti imprevedibili ed incontrollabili.
Fu in quel clima che venne varata l’«Opera nazionale combattenti», alla
vigilia della smobilitazione che avrebbe riversato in una società
impoverita dalla guerra e con una industria bellica non più necessaria,
milioni di giovani condannati alla disoccupazione e disadattati alla
vita civile, dopo 36 mesi di abbrutimento per una guerra dalla ferocia
senza precedenti.
L’«Opera nazionale combattenti» distribuì la proprietà di poderi a
decine di migliaia di giovani che altrimenti sarebbero stati esposti
alla disoccupazione e che potevano diventare strumento di dottrine
rivoluzionarie. Ed a quell’opera, a guerra conclusa, vennero affidate
bonifiche storiche, in ogni regione d’Italia, anche in quelle di nuova
acquisizione; bonifiche che produssero 210 mila ettari di dissodazioni
e sistemazioni montane, 182 mila ettari di trasformazioni fondiarie, 22
mila ettari di dissodamenti, nonché la costruzione di diverse città,
come Latina, Sabaudia, Pomezia, Aprilia, Pontinia, realizzate a tempi
di record, con rigore amministrativo esemplare e con caratteri
urbanistici assolutamente all’avanguardia nel mondo intero.
In 46 anni di regno, l’appannaggio di Vittorio Emanuele III non aumentò
di una sola lira; anzi, diminuì di 4 milioni, perché, all’indomani
della prima guerra mondiale, fu lo stesso Re a chiederne la riduzione,
per dare un esempio di rigore al Paese; e lo fece con una lettera
inviata all’allora presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti;
lettera che Nitti lesse alla Camera l’11 settembre 1919:
«Caro presidente,
dopo la nostra
grande guerra che ha riunito tutti gli italiani in uno sforzo tenace,
dopo le vittorie che hanno dato all’Italia più grande sicurezza e
dignità nel mondo, dobbiamo ora riprendere con rinvigorita lena il
nostro pacifico lavoro.
Un più modesto tenore di vita deve coincidere con un più grande fervore
di opere. E’ mio desiderio che parte dei beni fin qui di godimento
della Corona ritorni al demanio dello Stato e quanti costituiscono
fonte di rendita siano ceduti all’Opera nazionale combattenti. L’antico
voto di sistemare nel modo più conveniente il patrimonio artistico
nazionale, che è tanta gloria italiana, dovrebbe compiersi in questa
occasione.
I tesori dell’arte nostra potrebbero essere degnamente raccolti in
palazzi dei quali ha fin qui goduto la corona e che potrebbero essere
devoluti all’amministrazione delle antichità e delle belle arti.
Vorrei, infine, che la lista civile fosse nello stesso tempo ridotta di
tre milioni; ferma mantenendo la restituzione allo Stato, che sarà da
me operata come nel passato, del milione rappresentante il dovario
della mia genitrice.
Le sarò molto tenuto se ella vorrà formulare questo mio desiderio in un disegno
di legge.
La ringrazio fin d’ora e le stringo cordialmente la mano.
Vittorio Emanuele»
Con quella lettera Vittorio Emanuele III rinunziava a 3 milioni di lire
dell’epoca ad un altro milione aveva rinunciato in precedenza; e
rinunziava anche ai palazzi reali di Genova, Milano, Venezia, Firenze,
Napoli, Caserta, Palermo (si riservava soltanto quelli di Torino e di
Roma), ai castelli di Moncalieri e di Stupinigi, alle ville di Monza,
Milano, del Poggio a Caiano, di Castello della Petraia, di Capodimonte,
della Favorita e ad altre minori, alle tenute di Coltano, Poggio a
Caiano, Carditello, Licola, Astroni e altre vaste proprietà fondiarie
cedute all’“Opera nazionale combattenti”.
Spesso Vittorio Emanuele III fu più progressista del suo Parlamento,
come accadde nel 1905, allorché invitò all’approvazione del divorzio i
rappresentanti del Popolo, i quali bocciarono la raccomandazione
sovrana; ed accadde anche nel maggio 1914, allorché si compiacque che
la Regina Elena e la Regina-madre Margherita avessero ricevuto le
delegate del primo congresso femminista internazionale riunitosi a
Roma, per reclamare diritti fondamentali per la donna, come il diritto
al voto, ma anche «l’attenzione alla sorte della donna e del fanciullo
delle classi meno colte e meno protette, la tutela della donna
nell’emigrazione, il lavoro a domicilio, l’importanza sociale del
bambino, la lotta contro l’alcolismo ed al pauperismo, la morale unica
per i due sessi, l’igiene femminile, l’igiene delle abitazioni»; così
come in precedenza, nel maggio 1908, aveva incoraggiato il primo
Congresso delle donne italiane tenutosi in Campidoglio ed ancora prima
aveva sostenuto la «Industrie femminili italiane» fondata dalla Regina
Margherita e divenuta importante strumento di emancipazione della donna.
Come si è detto, gli storici contemporanei gli affibiarono l’epiteto di
«Re soldato» ed egli, quando fu necessario seppe meritarlo; ma non
dimostrò mai eccessiva simpatia per la guerra, anche se spesso ci fu
indotto; e la sua diffidenza verso le guerre gli fu spesso rimproverata.
Mario Missiroli, nel suo libro «La monarchia socialista», scrisse
testualmente «piccolo borghese e materialista, è la remora permanente,
l’erede della viltà che fu sempre contro la patria, delle paure
moderate e infami che tradirono Mazzini e Crispi... È la guerra di
Libia. La nazione la vuole contro il socialismo e contro la monarchia».
È la replica a quanti hanno accusato il Sovrano di aver prediletto
l’Italia in armi; Missiroli ci ricorda che fu sempre la componente
repubblicana ad aver reclamato le guerre; la storia ci dice che
Vittorio Emanuele III seppe essere sempre in prima linea nelle guerre
che altri vollero.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, esitò a lungo prima di
entrare nel conflitto e cercò di «acquistare» le rivendicazioni,
offrendo all’Austria-Ungheria 200 milioni in lire-oro ed, in questa
trattativa, ebbe alleata la Germania. La sua dichiarazione di guerra fu
senza odio e, persino nell’imminenza della tragedia, fu una lezione di
civiltà; nel proclama indirizzato ai combattenti, si leggeva: «Soldati!
Il nemico che vi sta di fronte è agguerrito e degno di voi».
Ed il suo comportamento durante il conflitto fu eccezionale esempio e
testimonianza di responsabilità, di alto senso del dovere, ma anche di
umanità.
Nel primo «discorso della Corona» post-bellico (1° dicembre 1919),
ribadì la sua ostilità ai conflitti: «L’Italia non voleva la guerra, né
era disposta ad averla. Accettò la guerra come un terribile dovere»; e
più avanti: «...al di sopra della vittoria stessa è la giustizia...La
pace non è solo nei trattati e nelle sistemazioni territoriali; la pace
è soprattutto nella coscienza del diritto. Vincitori e vinti hanno ora
tutti lo stesso bisogno di lavoro e tutti hanno la necessità di
rasserenare gli animi. Non vi può essere una pace per i vincitori ed
una per i vinti»; parole di non comune equilibrio, specie se si
considera che esse vennero pronunciate da un vincitore, in un’epoca
nella quale l’enfasi era la regola e nella quale gli altri vincitori
imponevano agli sconfitti le «riparazioni di guerra» che aggravavano la
miseria di Paesi usciti prostrati dal conflitto.
In quello stesso discorso disse anche «Le nuove terre riunite
all’Italia impongono la soluzione di nuovi problemi. La nostra
tradizione di libertà deve segnare la via alla soluzioni con il
maggiore rispetto delle autonomie e delle tradizioni locali»; se ciò
non avvenne non lo si può certo imputare a lui.
E riprese a parlare dei problemi sociali, incitando ai «necessari
sacrifici che il patriottismo delle classi agiate non ricuserà»; nel
«discorso» del 1° dicembre 1919, rivolse al Parlamento una serie di
raccomandazioni «niuna cosa nelle leggi e nella morale deve
essere più rispettata del lavoro…ridurre tutte le spese non necessarie,
sviluppare il credito, aumentare la produzione, diffondere la
istruzione e soprattutto la istruzione tecnica, senza di cui non è vero
e durevole progresso industriale»; nel «discorso» dell’11 giugno 1921,
invitò a «rafforzare gli istituti cooperativi per suscitare nuove forme
di lavoro associato e consentire alle classi operaie di abilitarsi
gradualmente al difficile governo dell’attività economica»; in quello
del 24 maggio 1924, chiese provvedimenti «per consolidare la piccola e
media proprietà e favorire il possesso familiare della terra ai
lavoratori» e raccomandò anche «forme e metodi consentanei alle moderne
esigenze circa i rapporti tra Stato e i cittadini; onde, liberandosi da
taluni servizi che meglio possono essere esercitati dai privati, possa
lo Stato dar più intensa attività alle sue funzioni fondamentali»;
affrontando così il problema dell’«invadenza del pubblico» quanto mai
attuale tuttora.
Ed ammonì anche ad un altro compito: «l’educazione intellettuale e
morale del popolo è la virtù che preserva le democrazie dal cadere
negli errori della demagogia» (11 giugno 1921).
La demagogia, invece, purtroppo, sopravvenne; e non furono gli «ignoranti» a favorirla.
Sopravvenne il fascismo ed esponenti della politica e storici oggi ne
attribuiscono la responsabilità alla Monarchia ed a Re Vittorio
Emanuele III. In effetti, le cose andarono ben diversamente e sarebbe
sufficiente una lettura mediamente attenta delle vicende di quei tempi,
per trovarne conferma.
La prima guerra mondiale aveva determinato la caduta di diverse
Dinastie di antica tradizione e, conseguentemente, aveva fatto
vacillare nella coscienza dell’opinione pubblica il convincimento della
indispensabilità dell’istituzione; inoltre, la mobilitazione di masse
enormi in ogni parte del mondo aveva accresciuto improvvisamente, senza
la gradualità che sarebbe stata necessaria per rendere virtuoso il
passaggio, la potestà decisionale delle masse; una potestà, che, in
quelle circostanze, si trovò esposta alle strumentalizzazioni di
demagoghi arruffoni, privi di effettive capacità di governo e di senso
dello Stato.
In quelle condizioni nelle quali si incrociavano abbrutimento di circa
50 mesi di combattimenti di crudezza senza precedenti, di miseria, di
smobilitazione che aggravava le difficoltà, di distruzione delle
ricchezze, di perdita di valori, spesso di assenza di punti di
riferimento, sussulti di confusione e di turbolenza indussero molti a
sostituire la perduta o attenuata autorevolezza delle Corone
nell’autoritarismo degli «uomini forti», ritenuto l’unico rimedio al
baratro che appariva incombente.
In particolare, a spaventare la borghesia, i ceti abbienti e la classe
militare, la stessa Chiesa furono la rivoluzione bolscevica in Russia,
quella di Bela Kun in Ungheria, quella spartakista in Germania, ma
anche il diffondersi di fremiti rivoluzionari in ogni Paese del mondo.
Fu così che fiorì e dilagò l’ideologia del «governo forte»; e ciò non
si verificò solo in Italia; avvenne ovunque: alla dittatura di Lenin e
Stalin in Russia, seguirono quelle di Mustafà Kemal Ataturk in Turchia,
dell’ammiraglio Horty in Ungheria, di Primo de Rivera e del generale
Franco in Spagna, di Carmona e Salazar in Portogallo, del maresciallo
Pilsudski in Polonia, del generale Antonescu in Romania, di Hitler in
Germania, mentre i reparti armati di von Stahremberg portavano Dolfuss
al potere in Austria e fermenti autoritari si manifestavano persino in
Paesi a lunga tradizione democratica: con Mosley in Gran Bretagna, con
Laval in Francia, Quisling in Norvegia, Degrelle in Belgio; finanche la
Svizzera, nel Canton Ticino, ebbe il suo «duce»: fu Nino Rezzonico, le
cui aspirazioni culminarono in una infruttuosa «marcia su Bellinzona».
Dunque né in Italia e neppure all’estero fu la Monarchia a favorire
l’ascesa del fascismo al potere. Accadde esattamente il contrario. Fu
la caduta delle Monarchie e l’indebolimento del principio monarchico a
portare al potere le dittature.
Ed, anzi, le dittature furono intransigenti, feroci e disumane nelle
repubbliche, mentre trovarono un ostacolo o quanto meno un limite in
Paesi nei quali la Monarchia sopravvisse.
Lo riconobbe lo stesso Mussolini, quando affermò che in Italia si ebbe un sistema
di diarchia.
Analizziamo la successione dei fatti, sino all’insediamento del primo Governo
Mussolini.
Al ritorno dalla Conferenza di Parigi, l’on. Orlando rassegnò le
dimissioni; nel giugno 1919 si costituì il Gabinetto Nitti; nel giugno,
nuova crisi che sfociò in un Governo presieduto dall’on. Giolitti, il
quale nel giugno 1921, insoddisfatto per la maggioranza di soli 34
voti, rassegnò anch’egli le dimissioni; gli successe il Governo Bonomi,
che il 16 febbraio 1922 venne rovesciato per il voto concorde di
fascisti e socialisti, i quali, il 2 agosto 1921, quindi solo 10 mesi
prima, avevano tra loro firmato un «patto di pacificazione»; il Re
convocò in successione De Nicola, Orlando e Giolitti; De Nicola declinò
l’incarico, mentre gli altri due non riuscirono a formare la
coalizione; tutti restituendo l’incarico, designarono al Re l’on.
Facta, il quale ottenne la fiducia il 18 marzo 1922.
Carlo Sforza, nel suo libro «L’Italia dal 1914 al 1944 quale io la
vidi», pubblicato per la Mondadori nel 1944, scrisse «Facta fu il
nulla»; ed il Paese precipitò in una serie di disordini che provocò la
caduta del Ministero il 19 luglio 1922.
Il Re offrì l’incarico ad Orlando, che tentò di formare un Governo
offrendo a Mussolini ed ai socialisti di entrare a far parte della
formazione; Turati oppose un duplice rifiuto; il Re pregò Orlando di
rinnovare il tentativo, ma anche quest’ultimo fallì; Vittorio Emanuele
III incaricò, allora, Giolitti, che dovette rinunciare per
l’opposizione dei Popolari; il Re tentò la carta di un nuovo Governo
Bonomi, ma questi urtò contro l’opposizione dei socialisti; e si giunse
fatalmente al secondo Governo Facta, che ottenne la fiducia il 10
agosto 1922.
Era la crisi più lunga dalla nascita dello Statuto Albertino; ed i
partiti politici, attraverso reciproci veti, trovavano l’accordo solo
sulle soluzioni più fragili; quelle che creavano la maggiore
instabilità.
Ivanoe Bonomi, nel suo libro «Dal socialismo al fascismo», pubblicato
dall’editore Formiggini nel 1924 scrisse «il disordine in cui
l’agitazione permanente dei socialisti, le violente scenate in
Parlamento, gli intrighi di corridoio a Montecitorio avevano gettato il
Paese facevano sì che essi fossero sempre più creduti restauratori
dell’ordine e della legge, soli animatori dell’amore per questa
travagliata Italia. Corrono a lui reduci di guerra, intellettuali,
studenti, professionisti, piccoli borghesi mossi da uno spirito
idealista di libertà e di Patria, in opposizione alla prepotenza bruta
di folle incolte ed illuse...; finalmente la ingrossano le folte
schiere degli agrari e degli industriali, che vedono in lui uno
strumento efficace per distruggere la minaccia rossa e ristabilire
l’ordine nella produzione e nel lavoro».
E Carlo Sforza, sempre nel libro «L’Italia dal 1914 al 1944 quale io la
vidi», ammise «Pochi uomini furono accompagnati più di Mussolini da
voti di successo così numerosi, anche se soltanto rassegnati».
In questo clima, si giunse alla «Marcia su Roma».
Ciò non di meno, si continua ad affermare che Vittorio Emanuele III
avrebbe potuto comunque fermare il fascismo. Lo si incolpa di aver
rifiutato di firmare lo «Stato d’assedio» che Facta gli avrebbe
proposto; ma Sforza ricorda che la proposta fu caldeggiata tanto
blandamente da far sorgere dubbi nel Sovrano, il quale convocò il Capo
delle Forze Armate Armando Diaz ed il Capo della Marina Tahon de Revel
per chiedere espressamente cosa avrebbe fatto l’esercito, qualora il Re
avesse dato ordine di usare la forza; e la risposta che ne ebbe da Diaz
fu: «Maestà, l’Esercito è fedele alla Maestà Vostra, ma sarà meglio non
mettere alla prova la sua fedeltà»; e la versione venne accreditata, in
una lettera a Mario Missiroli, da Sorel, il quale addusse a sostegno
del dubbio che il Re potesse contare sull’Esercito, la defezione di
diversi reparti militari inviati a reprimere l’impresa di Fiume e
passati, invece, dalla parte di Gabriele D’Annunzio.
Il Re, secondo i suoi denigratori, avrebbe dovuto ordinare alla truppa
di sparare sulle bande fasciste, scatenando la guerra civile, in un
Paese nel quale, secondo quello che hanno riconosciuto gli stessi
Sforza e Bonomi, la maggioranza era dalla parte delle «Camice nere».
Vittorio Emanuele III, in effetti, fece di più; il Re fermò la
rivoluzione; chiamò Mussolini al Quirinale e gli chiese cosa volesse; e
Mussolini gli rispose: «Vogliamo il Governo»; Il Re gli replicò: «Bene,
formi un governo e si presenti davanti al Parlamento».
In quello stesso momento, aveva termine la fase rivoluzionaria e si
rientrava nella fase costituzionale; e Mussolini, accettando
l’incarico, accettava anche di abbandonare la via della rivoluzione e
di rientrare nel sistema di legittimità.
I partiti, che si erano reciprocamente negati l’appoggio per la
formazione di Governi stabili, furono in larga parte concordi nel
consentire questa possibilità al capo del fascismo.
Mussolini non nascose il proprio disprezzo per quella classe politica;
al Parlamento disse, senza mezze misure: «Di quest’aula sorda e grigia,
avrei potuto fare un bivacco per i miei manipoli»; espressione dura,
che uomini dignitosi avrebbero punito con il voto negativo.
Se ciò fosse accaduto, sarebbe stato troppo tardi perché Mussolini
potesse riprendere con efficacia la via della rivoluzione, con gran
parte delle «camice nere» tornate a casa.
Ma, soprattutto, il Re ed il Paese avrebbero saputo di aver ritrovato
la responsabilità della classe politica e la dignità del Parlamento.
Invece, quei parlamentari, incapaci, litigiosi, imbelli, accettarono
gli insulti e votarono la fiducia al primo Governo Mussolini, con 306
voti a favore, 116 contrari e 7 astensioni. In quella Camera, il
movimento fascista aveva soltanto 35 deputati, dei quali 10 di non
strettissima osservanza, come l’on. Alfredo Misuri, che,
successivamente, sarebbe stato violentemente espulso dal partito
fascista. Tra i voti favorevoli, vi furono quelli di Alcide Degasperi,
Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra; di quel
Governo, facevano parte anche liberali e popolari; sottosegretario
all’industria era Giovanni Gronchi.
Quel Parlamento, con Degasperi e Gronchi, il 25 novembre 1922, avrebbe
votato a favore della concessione dei pieni poteri per consentire al
Governo Mussolini «di risolvere liberamente, senza le difficoltà della
procedura parlamentare, i più urgenti problemi della finanza e della
pubblica amministrazione».
Ma l’atto più grave che consegnò effettivamente il Paese al fascismo fu
la votazione del 15 luglio 1923, che approvò la riforma della legge
elettorale; per quella legge, su 535 seggi parlamentari, ben 356
sarebbero stati assegnati alla lista che avesse avuto la maggioranza
relativa, non assolta, ed anche di un solo voto, purché raccogliesse
almeno il 25 % dei voti. Il Parlamento, nel quale i fascisti erano solo
35, approvò quella legge con 303 voti favorevoli, 140 contrari e 7
astenuti; e tra i voti favorevoli vi furono anche quelli di Degasperi e
di Gronchi, i quali mantennero il «vizio», facendo passare la
cosiddetta «legge truffa» nel 1951, agli esordi della repubblica.
Furono loro, non Vittorio Emanuele III a consegnare il potere al
fascismo; furono loro a regalare al fascismo la maggioranza
incontrastata in Parlamento. Tutto il resto fu conseguenza. Il fascismo
poté consolidarsi al potere nella piena legittimità, per effetto del
voto del Parlamento; per la volontà di quegli uomini politici senza
dignità che espressero quel voto e lasciarono solo il Sovrano, sul
quale successivamente scaricarono la responsabilità di errori che
furono soprattutto loro.
Si afferma che Vittorio Emanuele III avrebbe potuto cogliere
l’occasione del delitto di Giacomo Matteotti, per far cadere il Governo
Mussolini; ed, in effetti, il Re fu sul punto di farlo. Invocò
espressamente il «fatto costituzionale»; ossia, il voto di almeno uno
dei rami del Parlamento; e non per un mero puntiglio, per gretto e
cocciuto formalismo; ma perché aveva il dovere, prima di rischiare
nuovi «bagni di sangue», di verificare quali disponibilità vi fossero
nel Paese.
Non solo non ebbe sostegno, ma Luigi Sturzo, nel suo libro «L’Italia e
l’ordine internazionale», pubblicato nel 1944, per le edizioni Einaudi,
ci fa sapere che «intervennero gli ex capi dei gabinetti liberali,
Giolitti, Salandra e Orlando, che il Re chiamò a Consiglio, ed
opinarono essere inopportuno di avventurarsi in un cambio che
preludesse ad un governo dominato da socialisti e popolari».
Ed, a sostegno di Mussolini intervennero anche le categorie economiche
e parte degli alti gradi militari, che avevano ormai intrecciato larghi
rapporti con il fascismo al potere.
La stessa Chiesa, che con il fascismo aveva avviato trattative per
pervenire al Concordato, impose a Sturzo, più acceso avversario
cattolico del regime, l’esilio, senza che Mussolini lo avesse richiesto.
E Flaminio Piccoli, in una dichiarazione pubblicata, negli anni 70, sul
quotidiano «La Stampa», rinfacciò alla Chiesa di aver lasciato solo a
battersi contro il fascismo il partito cattolico; quello stesso partito
che aveva dato ministri e sottosegretari ai Governi Mussolini e che,
anche con Degasperi, aveva votato per l’approvazione d i quella
sciagurata e determinante legge elettorale.
D’altro canto, mettiamoci nei panni di Achille Ratti, Papa Pio XI,
dinanzi ad una rivoluzione, come quella bolscevica, che, nella sola
città di Mosca, aveva fatto distruggere in pochi mesi, circa 1.000
chiese e diverse altre le aveva trasformate in uffici e magazzini!
La assoluta novità degli eventi e la loro crudezza spaventarono e colsero impreparato
il mondo intero.
Forse fu questa concatenazione di atteggiamenti e di comportamenti a
far vacillare la fiducia di Vittorio Emanuele III ed a fargli assumere
un atteggiamento che gli storici spesso hanno definito «cinico», ma che
forse sarebbe più appropriato definire «disincantato».
Con l’educazione alla concretezza che ispirò in ogni circostanza il suo
comportamento, non poteva non conoscere la fragilità della natura
umana; sapeva che gli sarebbero stati imputati errori suoi ed errori
che furono degli altri e che egli cercò pervicacemente di scongiurare.
Ciò non di meno, non venne mai meno al proprio dovere ed al proprio
ruolo; ridusse il margine di potere del partito unico al governo e
tentò anche di opporsi all’entrata dell’Italia nella seconda guerra
mondiale, al punto che Buffarini-Guidi un giorno minacciò: «Se il
vecchio non firma, lo cacciamo a calci nel sedere».
Vittorio Emanuele III sostenne vigorosamente l’iniziativa con la quale
– il 27 novembre 1939 – la Regina Elena si rivolse alle Sovrane dei
Paesi europei neutrali, che chiamò «Signora e cara Sorella» un
messaggio personale nel quale, tra l’altro, si affermava: «La guerra
che infiamma tanti eroismi a distruggere vite, lavoro, fede nel domani,
cioè i presidi stessi della civiltà, minaccia di dilagare nello spazio
e nel tempo, e di inasprire i suoi terribili rigori ogni giorno peggio,
così da inasprire le stesse basi della comunione delle genti…»
Elena, soggiungeva che precedenti tentativi falliti di por fine alle
ostilità «non impediscono ai cuori di innumerevoli donne di ogni
regione del mondo di elevare ai Capi degli Stati belligeranti la
invocazione del proprio orrore, della propria pietà e della propria
saggezza, perché si arrestino a considerare non solo le proprie
ragioni, ma quelle altresì del sentimento umano. Esso implora tregua a
tanta strage di vite ed a tanta distruzione di beni, a tanto turbamento
di animi ed a tanta interruzione di industrie, di arti, di studi
civili; implora la cessazione della guerra… Nessuno può dubitare della
devozione con la quale ciascuna di noi sarebbe pronta al sacrificio di
sé e dei suoi stessi figlioli per la propria Patria. Ma questo comune
sentire ci induce a comprendere di quali ansie vivano oggi milioni di
madri, anelanti esse pure ai giusti riconoscimenti dei diritti dei loro
paesi, ma altresì alla salvezza dei figli, mercé una pace definitiva e
saggia».
Elena, nella sua lettera si richiamava alle due principesse sabaude
Margherita, vedova di Filiberto II, e Luisa, moglie di Carlo di Valois
e madre di Francesco I di Francia, che negoziarono nel 1529 la pace di
Cambrai, chiamata, in omaggio a loro, la «paix des dames»; la
conclusione era: «Possa anche a noi essere consentito di persuadere gli
animi ad ammettere che la guerra sia troncata e che adeguati metodi di
risolverla, con onore di tutti, siano equamente cercati dalle parti».
La lettera venne inviata, per conoscenza al capo del Governo, ma
Mussolini rispose che «le circostanze attuali e l’esperienza di
tentativi recenti non consigliano di promuovere adesso l’iniziativa di
un congresso internazionale di pace». Aderì, invece, con entusiasmo
Leopoldo del Belgio, il quale di dichiarò disposto a fungere da tramite
per il progettato congresso e scrisse pure: «L’Italia è la sola grande
Potenza rimasta fuori del conflitto e la sua voce otterrebbe più che
mai ascolto sia a Berlino, sia a Parigi, sia a Londra».
Ricevuta da Elena la lettera di Leopoldo, Mussolini questa volta si indispettì
e oppose un reciso veto.
Galeazzo Ciano, in un documento che può essere considerato il suo
«testamento politico e spirituale», redatto poche ore prima di venire
fucilato, quando non vi era alcun ragione di mentire, scrisse
testualmente: «Io posso testimoniare davanti a Dio e davanti agli
uomini l’eroica lotta sostenuta dalla Maestà Vostra per impedire
quell’orrore e quel crimine che è stata la nostra guerra a fianco dei
tedeschi».
E va ristabilita la verità anche sul tema delle leggi razziali; su
questo tema, oggi sembra quasi sia stato assolto il fascismo, mentre si
scarica tutta la colpa esclusivamente su Vittorio Emanuele III.
Mino Monicelli, in un’attenta ricostruzione dei fatti, pubblicata il 17
febbraio 1968 sul quotidiano «Il Giorno», all’epoca dell’ENI, quindi
espressione del governo repubblicano, rammenta che Vittorio Emanuele
III per tre volte negò la firma dei Decreti in questione a Mussolini;
ed invano attese che parlamentari, intellettuali esponenti della
società civile insorgessero; si sa, invece, che diversi docenti furono
ben lieti di subentrare nelle cattedre universitarie agli ebrei espulsi
per effetto di quei decreti.
Vittorio Emanuele III attese che almeno dalla Chiesa venisse una indicazione;
non vi fu neppure quella!
Nel suo «Diario 1937-1938», lo stesso Galeazzo Ciano scrive
testualmente: «Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante
il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova ‘una infinita
pietà per gli ebrei’... Il duce ha detto che in Italia vi sono 20.000
persone con la schiena debole che si commuovo sulla sorte degli ebrei.
Il Re è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro Germania... Il
Duce era molto violento contro la Monarchia. Medita sempre più il
cambiamento di sistema».
Si sa che l’anziano Sovrano cercò, con interventi personali, di
attenuare la portata di quei decreti, anche attraverso il trasferimento
di ebrei in località delle Colonie, lontano da zone soggette al
predominio delle dottrine imperanti all’epoca in Europa . E c’è una
testimonianza assolutamente non sospetta che lo conferma.
Tra i quaderni del «Centro di documentazione ebraica contemporanea»,
nel volume «Gli ebrei in Italia durante il fascismo», pubblicato a cura
di Guido Valabrega nel marzo 1962, a pag. 20, scrive testualmente: «Con
tutto ciò, si deve obiettivamente riconoscere che fino al 25 luglio
1943 la persecuzione razziale in Italia fu contenuta in limiti moderati
e di portata soprattutto economica».
Ed esistono interi volumi di documentazione che dimostrano come il
Regio Esercito, di educazione e di sentimento monarchici, fu esemplare
nel salvataggio di grande numero di ebrei i quali, su ogni fronte,
fuggivano dalle zone occupate dai tedeschi, per riparare sotto la
protezione dei nostri reparti.
Certo l’anziano Sovrano, come affermano i suoi denigratori, avrebbe
potuto esprimere atteggiamento più incisivo; ma questo avrebbe condotto
allo scontro che, con tutta probabilità, si sarebbe risolto a favore
del dittatore, il quale non avrebbe avuto più alcun ostacolo; mentre,
con tutti i limiti imputati, quell’atteggiamento consentì al Sovrano di
mantenere in vita il solo «punto di riferimento” possibile, per l’unica
via d’uscita praticabile.
E Vittorio Emanuele III intraprese quella via, quando molti che poi si
sarebbero «scoperti» vigorosamente antifascisti, portavano ancora la
«cimice» all’occhiello e facevano ancora il saluto romano.
Ed il Popolo dimostrò di condividere l’atteggiamento del Sovrano; il 26
luglio 1943, il Popolo, impazzito di gioia, percorse le vie di tutta
Italia sventolando il tricolore ed innalzando ritratti del Re.
Molti sostengono che un Re, comunque, non ha diritto di demordere e ha
il dovere di difendere la legalità anche dinanzi alla resa di tutti gli
altri poteri e persino contro il consenso dei cittadini.
Sta di fatto che il giudizio degli italiani nei suoi confronti era
molto più generoso negli anni dell’epilogo del suo Regno e della sua
esistenza, quando erano vivi i testimoni diretti del suo comportamento,
mentre è divenuto sempre più severo mano a mano che sono andati
scomparendo quei testimoni e l’opinione pubblica ha cominciato a
giudicare Vittorio Emanuele III, non per il suo comportamento, ma
attraverso le valutazioni della classe politica che ha condotto il
Paese negli ultimi 50 anni e dei «persuasori» ad essa legati.
Costretto dagli eventi all’abdicazione ed all’esilio, il vecchio Re non
lasciò mai che la sua amarezza sconfinasse nel risentimento; nel
partire per l’esilio, donò al Popolo italiano il famoso «Corpus
nummorum italicorum», raccolta delle coniazioni di tutta Italia, dal
Medioevo all’età moderna, e che consta di ben 120 mila monete, ognuna
delle quali è descritta in apposita schedina, compilata di propria mano
da Vittorio Emanuele III, il quale commentò quell’immenso patrimonio
storico e culturale in un’opera di 20 grandi volumi, pubblicati dalla
Hoepli. Guglielmo Marconi la definì «opera di sempre maggiore orgoglio
per ogni italiano, il quale vede in essa documentata la figura di un Re
scienziato ed esemplare, di un autentico grande studioso». Nel
trasmettere quel patrimonio, Vittorio Emanuele III scrisse all’allora
presidente del Consiglio Alcide Degasperi «Lascio al popolo italiano la
collezione di monete che è stata la più grande passione della mia
vita»; Degasperi accusò ricevuta con un glaciale telegramma e senza
neppure ringraziare; ed, in quei giorni, il «Corriere della sera»
scrisse che, in 85 anni di Regno, aveva devoluto in «beneficenza ed
altre opere meritorie una cifra di gran lunga superiore a quella
percepita per l’appannaggio previsto dalla legge».
Si spense nell’esilio di Alessandria d’Egitto il 28 dicembre 1947; aveva 78 anni.
Silvio Bertoldi, autore di testi tra i più severi contro i Savoia e la
Monarchia, non ha potuto fare a meno di riconoscere che Vittorio
Emanuele III «Intellettualmente era di prim’ordine... aveva il culto
dell’esattezza... sapeva tutto in fatto di geografia, di costumanze, di
tradizioni, di statistiche economiche... si sentiva alieno dalla
mondanità, dall’esibizionismo... disprezzava i chiacchieroni, valutava
le persone dal proprio lavoro e non dalle apparenze, apprezzava la
concretezza. I suoi svaghi erano semplici».
Anche nella scelta del luogo per il proprio esilio espresse il suo
grande amore per l’Italia e gli Italiani; scelse l’Egitto, Paese nel
quale vivevano 60 mila nostri connazionali, molti dei quali discendenti
da famiglie colà residenti dall’epoca della Repubblica di Amalfi e che
avevano contribuito a rendere moderna quella Terra; scelse Alessandria,
città nella quale c’era una storia di una lunga e fruttuosa tradizione
culturale italiana e nella quale esistevano scuole in lingua italiana
e, sino a qualche anno prima, si era stampato un quotidiano nella
nostra lingua.
Ad Alessandria d’Egitto erano nati uno dei fondatori del «futurismo»
Tommaso Marinetti ed il poeta Giuseppe Ungaretti; per non citarne che
qualcuno soltanto.
Al Cairo si era data la prima rappresentazione di «Aida», per la
inaugurazione del «Canale di Suez», realizzato su progetto
dell’italiano Luigi Negrelli; in Egitto, erano stati gli italiani a
fondare il primo Conservatorio di musica e ad istituire il primo
servizio postale in tutta l’Africa.
I politici che lo vollero in esilio e che ancora non consentono la sua
sepoltura al Pantheon, distratti ed ignoranti, neppure sapevano di quei
fatti e di quegli italiani, che la rivoluzione di Neguib e Nasser
espulse, dando l’esempio a Gheddafy.
Dall’esilio di Alessandria di Egitto, il vecchio Sovrano salutò il
1947, l’ultimo anno della sua vita intensa, scrivendo sul proprio
diario «Viva l’Italia!! Ora più che mai!!!!»
E, al di là del giudizio che ciascuno può dare sul suo operato,
nessuno, proprio nessuno può dubitare della sincerità di quel suo sfogo.
Waldimaro Fiorentino
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