RE VITTORIO EMANUELE II
RE DI SARDEGNA DAL 1849 AL 1861
RE D’ITALIA DAL 1861 AL 1878
Vittorio Emanuele II di Savoia (Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio
1878), figlio di Carlo Alberto e di Maria Teresa d’Asburgo-Toscana, è
stato l’ultimo Re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e il primo Re d’Italia
(dal 1861 al 1878). Realizzò le tappe più significative del
Risorgimento d’Italia, l’unificazione della quasi totalità della
Penisola ed il passaggio dalla Corona di Sardegna a quella del Regno
d’Italia; per questo, venne chiamato «padre della Patria».
Nato a Torino, nel palazzo della famiglia paterna, trascorse il periodo
tra il 1821 ed il 1831 a Firenze, capitale del Granducato retto dal
nonno materno Ferdinando III di Toscana, dove il padre Carlo Alberto
era stato esiliato per aver promesso lo Statuto.
Nell’esilio toscano, l’educazione di Vittorio Emanuele venne affidata
al precettore Giuseppe Dabormida, che gli impartì una impostazione
rigidamente militare.
Nel 1831, la morte di Carlo Felice consentì il ritorno a Torino di
Carlo Alberto e determinò la sua ascesa al trono. L’educazione di
Vittorio Emanuele passò ad uno stuolo di precettori guidato dal conte
Cesare di Saluzzo e del quale facevano parte il generale Ettore De
Sonnaz, il teologo Andrea Charvaz, lo storico Lorenzo Isnardi ed il
giurista Giuseppe Manno.
Il principe ereditario, dunque, ricevette una educazione completa, assolutamente
appropriata al suo futuro ruolo.
La valutazione su Vittorio Emanuele sono divenute assai severe e
persino irridenti soprattutto nell’ultimo mezzo secolo; oggi, infatti,
si ironizza sull’epiteto di «padre della Patria», con allusione alle
sue avventure galanti; lo si definì e lo si ritiene tuttora rozzo ed
ignorante; assolutamente incapace sul piano politico, che avrebbe
lasciato all’iniziativa ed alle capacità dei suoi ministri, in
particolare di Camillo Benso conte di Cavour; e si esprimono forti
riserve finanche sulla qualifica di «Re galantuomo», riconosciutogli
dai contemporanei per la lealtà e la schiettezza che caratterizzavano i
suoi comportamenti. Al massimo, gli si riconosce una certa fortunata ed
efficace irruenza come combattente, ma senza alcuna attitudine tattica;
un uomo, insomma, più incline all’attività fisica che non alle
applicazioni intellettuali e politiche.
In effetti, il primo Re d’Italia fu uomo d’azione; tra le sue imprese
sportive spicca, all’età di soli 18 anni, la salita in vetta al
Rocciamelone, il 27 luglio 1838. Fu combattente eccellente e prese
direttamente parte a tutti i fatti d’arme del Regno di Carlo Alberto e
suo. Ma dimostrò lucidità, lungimiranza e capacità di valutazione
sorprendenti anche sul piano politico; soprattutto, seppe scegliere con
saggezza ministri e collaboratori.
Asceso al trono in una situazione drammatica a seguito dell’abdicazione
di Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, Vittorio Emanuele II si trovò
immediatamente ad affrontare il suo primo impegno politico e lo assolse
con dignità, ma anche dimostrando capacità insospettate; nell’incontro
del 24 maggio 1849 a Vignale, tenne testa al generale Radetzky, il
quale, per accordargli la pace poneva condizioni pesanti: lo
scioglimento dei corpi volontari dell’esercito, la cessione agli
austriaci la fortezza di Alessandria ed il controllo dei territori
compresi tra il Po, il Sesia e il Ticino, oltre alla rifusione dei
danni di guerra con l’astronomica, per l’epoca, cifra di 75 milioni di
franchi francesi; nonché alla piena sconfessione dell’operato del
padre ed al ritiro dello Statuto Albertino.
L’aneddotica ci tramanda la ferma risposta del giovane Sovrano «Casa
Savoia conosce la via dell’esilio, ma non quella del disonore», che
avrebbe colpito l’attempato generale austriaco, inducendolo ad
attenuare le condizioni per accordare la cessazione delle ostilità. In
effetti, però, è assai più probabile che Vittorio Emanuele II abbia
saputo far comprendere al suo interlocutore l’importanza di non
pretendere l’imposizioni di condizioni tanto pesanti da esacerbare gli
animi degli Italiani, dando la stura a tensioni e sommovimenti dalla
portata imprevedibile.
Consolidò all’interno la pace, respingendo impazienze che avrebbero
preteso disastrose velleità di continuazione del conflitto contro
l’Austria, che avrebbero avuto affetti disastrosi per il Regno ed anche
per il futuro dell’epopea risorgimentale.
Non lo fece con atto di imperio, ma attraverso il ricorso
all’espressione di volontà democratica, facendo appello al senso di
responsabilità dei cittadini, a correzione dell’intransigenza dei
Parlamentari. Va inteso così il noto «Proclama di Moncalieri» del 20
novembre 1849, con il quale il Sovrano volle verificare se vi fosse
coincidenza tra Parlamento e Popolo ed esortò gli elettori del Regno di
Sardegna a inviare al Parlamento una maggioranza favorevole alla pace
di Milano, stipulata con l’Austria e alla quale la Camera si era
opposta per le clausole troppo gravose imposte al Regno di Sardegna. La
nuova Camera, con i due terzi di deputati favorevoli, approvò la
ratifica del trattato, confermando la linea di Vittorio Emanuele II.
Ottenuta la pace militare, il Sovrano sabaudo diede inizio ad un’azione
politica volta a cementare l’unione tra Popolo e Corona. Già nel suo
primo «Discorso della Corona» (30 luglio 1849), annunciò il via «alle
grandi opere di pubblica utilità... per condurre a compimento
l’incominciata rete di strade ferrate, dalle quali ridondar debbono
infiniti vantaggio materiali, e quello morale, non meno importante, di
rendere ognor più stretti i legami di simpatia e d’interesse, che
uniscono fra loro le provincie dello Stato».
E, nello stesso discorso, riprendendo quanto affermato dal suo
Genitore, dimostrò di aver compreso l’importanza della politica di
progresso sociale come cemento all’unità nazionale, dimostrando su
questo piano sensibilità e lucidità non sempre presenti nei
Parlamentari e nei Ministri del suo tempo: «Io sono certo che vi
mostrerete solleciti ad assecondare il voto più caro del mio cuore,
quello cioé di promuovere efficacemente il miglioramento della
condizione fisica e morale della classe più numerosa e meno agiata.
Coll’estendere viemaggiormente i benefici della civiltà col fare in
modo che allo svolgimento delle istituzioni politiche corrispondano
veri progressi sociali, adempiremo non solo ad un sacro dovere di
umanità, ma renderemo altresì più salde ed inconcusse le basi sulle
quali riposa il moderno incivilimento, la famiglia e la proprietà».
Contrariamente a quanto si è sempre affermato, Vittorio Emanuele II fu
dotato di grandi capacità di comunicazione; ne diede prova nel
«Discorso della Corona» del 10 gennaio 1859, nel quale pronunciò la
celebre frase «nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili
al grido di dolore che da tanta parte d’Italia si leva verso di noi.
Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo
prudenti e decisi i decreti della Divina Provvidenza»; e non fu
espressione dovuta ai suoi ministri. La riproduzione del documento
originale reca le cancellazioni e le correzioni di pugno del Re alla
traccia assai più attenuata propostagli dal suo Ministero.
Non meno lucida fu la sua capacità di valutazione, che molti
attribuiscono alle qualità del suo primo ministro Camillo Benso conte
di Cavour, personaggio di indubbia, grande genialità, che, però, si
spense il 6 giugno 1861, mentre le scelte geniali del Sovrano
proseguirono anche dopo la scomparsa del suo grande ministro. Tra
l’altro, gli scontri tra Vittorio Emanuele II e Cavour non furono
infrequenti ed il Re seppe sempre affrontarli in maniera saggia e
produttiva e nell’interesse della Nazione. È rimasto famoso l’episodio
dello scontro verificatosi la notte del 10 luglio 1859, riferito dal
ministro Costantino Nigra e confermato dall’ungherese Lajos Kossuth,
quando, durante la seconda guerra di Indipendenza, Napoleone III decise
di ritirare le sue truppe dal teatro del conflitto. Cavour era del
parere che il Piemonte dovesse proseguire la guerra anche senza il
sostegno dell’alleato: «Maestà, voi non firmerete questo documento;
sarebbe ignominioso. Ci vien data la Lombardia. Ma che vale se il resto
dell’Italia vien mantenuto sotto il dominio degli Absburgo? Napoleone
se ne vuole andare? Se ne vada. Lei continui la guerra da solo. Se
dovremo perire, periremo da prodi».
«Sì», rispose il Re, «torneremo a Torino sotto le baionette austriache, tra le
risate di tutto il mondo».
Ed a Cavour che lo invitava ad abdicare, aggiungendo «Il vero Re in
questo momento sono io!», Vittorio Emanuele II replicò in piemontese:
«Lei il Re? Lei non è altro che uno sfacciato!» E rivolgendosi a Nigra,
«Nigra, ca lu mena a dourmi!»
Il giorno dopo Cavour rassegnò le dimissioni, che il Re accettò,
commentando «Questi signori si aggiustano sempre. Sono io che devo
restare e non mi posso dimettere».
L’anno successivo confermò la sua eccezionale lucidità politica,
affermando «L’anno venturo sarò il Re d’Italia o semplicemente il
signor Savoia».
Ed, in effetti, il pensiero dell’unificazione nazionale e,
successivamente, della difesa dell’unità d’Italia fu costante in lui,
anche a dispetto delle riserve persino dei suoi più stretti
collaboratori; e si preoccupò anche di respingere la sensazione di
molti a voler considerare l’unità del Paese, come un ampliamento del
Regno del Piemonte.
Il 15 settembre 1864 decretò il trasferimento della capitale da Torino
a Firenze, in attesa di trasferirla nel 1871 a Roma. E volle che il
nipote Vittorio Emanuele – il futuro Vittorio Emanuele III – nascesse a
Napoli e che al Principe ereditario venisse attribuito alternativamente
il titolo di Principe di Piemonte e di Principe di Napoli, a
sottolineare l’unione spirituale e politica d’Italia, attraverso il
riconoscimento agli Stati più importanti della Penisola, con Roma
Capitale.
Anticipò programmi di decentramento e di modernità nel «Discorso della
Corona» del 2 aprile 1860, affermando «Fondata sullo Statuto l’unità
politica, militare e finanziaria e la uniformità delle leggi civili e
penali, la progressiva libertà amministrativa della Provincia e del
Comune, rinnoverà nei popoli italiani quella splendida e vigorosa vita,
che in altre forme di civiltà e di assetto europeo era il portato delle
autonomie dei Municipi, alle quali oggi ripugna la costituzione la
costituzione degli Stati forti ed il genio della Nazione. Nel dar mano
agli ordinamenti nuovi, non cercando nei vecchi partiti che la memoria
che la memoria dei servigi resi alla causa comune, noi invitiamo a
nobile gara tutte le sincere opinioni per conseguire il sommo fine del
benessere del popolo e della grandezza della Patria. La quale non è più
l’Italia dei Romani, né quella del medio evo; non deve essere più il
campo aperto alle competizioni straniere, ma deve essere bensì l’Italia
degli Italiani!»
Nell’ambito di questo impegno, promosse il varo delle sei leggi di
unificazione amministrativa del 1865 e sostenne la Commissione
Minghetti che varò il decentramento amministrativo condiviso al punto
che Stefano Jacini, che pure inizialmente era favorevole al progetto
regionale, scriveva al riguardo: «Ciò non toglie che sia stata fatta
proprio in Italia la celebre formula: ‘Governare da lontano,
amministrare da vicino’, nella quale formola sta il fondamento d’una
buona amministrazione d’ogni vasto Stato».
Costante fu il suo ammonimento al buon governo, che indicò come tutela della raggiunta
unità nazionale.
Nel «Discorso della Corona» tenuto il 22 marzo 1867, in occasione
dell’inaugurazione della prima sessione della 10° legislatura del
Parlamento italiano, riunito a Firenze, capitale, Vittorio Emanuele II
fece un’affermazione che, alla luce delle vicende di questo secondo
dopoguerra, acquista valore profetico: «I popoli amano e pregiano le
istituzioni in ragione dei benefizii che loro apportano. E’ necessario
dimostrare che le nostre istituzioni soddisfano alle più nobili
aspirazioni dell’operosità e della dignità nazionale e sono in pari
tempo guarentigia al buon ordinamento dello Stato e al benessere delle
popolazioni, affinché non iscemi in queste la fede nella libertà, che
fa l’onore e la forza della nostra politica ricostruzione. Ad ottenere
questo intento, il mio Governo presenterà alle vostre deliberazioni un
disegno compiuto di riordinamento amministrativo, che fortifichi ad un
tempo la libertà e l’autorità, che renda più facili e meno costose le
relazioni fra amministratori e amministrati. Mentre la Provincia ed il
Comune potranno atteggiarsi e muoversi sempre più liberi nella sfera
delle loro attribuzioni, si deve raccogliere nelle mani del Capo della
provincia una maggior somma di facoltà governative, scemando così gli
incomodi dell’accentramento con un rimedio che accresca saldezza al
vincolo della unità». Come dire: «se non governeremo bene, cominceranno
a manifestarsi in Italia nostalgie per i governi ed i padroni di
passato».
Educato militarmente e indotto a trascorrere gran parte della propria
esistenza sui campi di battaglia per il conseguimento dell’indipendenza
e dell’unità d’Italia, in effetti perseguì l’obiettivo delle relazioni
il più possibile amichevoli con tutti gli Stati. Lo annunciò nel
«Discorso della Corona» del 18 febbraio 1861: «Libera ed unita quasi
tutta, per mirabile aiuto della Divina Provvidenza, per la concorde
volontà dei popoli, e per lo splendido valore degli Eserciti,... Così
il Regno d’Italia, posto in condizione di non temere offesa, troverà
più facilmente nella coscienza delle proprie forze la ragione
dell’opportuna prudenza». Lo fece espressamente intendere alla vigilia
della terza guerra di indipendenza, allorché, per evitare il conflitto,
si offerse di acquistare il Veneto, oggetto del contendere, attraverso
il versamento per la somma – astronomica per l’epoca – di un milione di
lire; la proposta richiamò l’attenzione di Francesco Giuseppe, ma la
risposta che venne dagli ambienti diplomatici e militari fu che una
potenza di primo rango non poteva cedere ad una potenza di secondo
piano una Provincia, senza aver provato prima di poterla difendere con
le armi.
Lo ripeté nello scontro con Cavour che avrebbe voluto la prosecuzione
del conflitto; e lo ribadì nel «Discorso della Corona» del 15 dicembre
1866, all’indomani della terza guerra di Indipendenza, allorché disse
«Il trattato di pace con L’Impero Austriaco, che vi verrà presentato,
sarà seguito da negoziati che rendano più agevoli i reciproci scambi».
Il Sovrano italiano, a partire dal 1866, si impegnò a ristabilire
rapporti pacifici con l’Impero absburgico, grazie anche alla mediazione
dell’Impero di Germania, con il quale intratteneva già precedenti
amichevoli relazioni ed una recente alleanza militare.
A Vittorio Emanuele II viene imputato anche un atteggiamento
anticlericale; accusa che si spiega con la preoccupazione di conciliare
l’indipendenza del potere spirituale con l’autonomia e la dignità dello
Stato, come si legge nel «Discorso della Corona» del 23 novembre 1850:
«Norma degli atti, come delle pratiche usate, fu quella costante
riverenza che tutti professiamo per la Santa Sede, unita ad un fermo
proposito di mantenere l’indipendenza della nostra legislazione».
Il passaggio più severo nei confronti delle autorità cattoliche lo si
ritrova nel «Discorso della Corona» del 2 aprile 1860: «Fermo, come i
miei Maggiori nei dogmi cattolici e nell’ossequio al Capo Supremo della
Religione, se l’Autorità ecclesiastica adoperasse armi spirituali
per interessi temporali, io,nella sicura coscienza e nelle tradizioni
degli Avi stessi, troverò la forza per mantenere intera la libertà
civile e la mia autorità della quale debbo ragione a Dio solo ed ai
miei popoli».
E, dopo la proclamazione di Roma capitale d’Italia, nel «Discorso della
Corona» del 27 novembre 1871, tenne a dire «abbiamo proclamato la
separazione dello Stato dalla Chiesa, e, riconoscendo la piena
indipendenza dell’Autorità Spirituale, dobbiamo aver fede che Roma
Capitale d’Italia possa continuare ad essere la sede pacifica e
rispettata del Pontefice... Le proposte legislative che vi saranno
presentate per regolare le condizioni degli enti ecclesiastici,
informandosi allo stesso principio di libertà, non riguarderanno che le
rappresentanze giuridiche e la forma dei possessi, lasciando intatte
quelle religiose istituzione che hanno parte nel governo della Chiesa
universale».
Vittorio Emanuele II proseguì lungo la strada tracciata da Carlo
Alberto in materia di libertà religiosa, estendendo alle nuove province
l’estensione degli Atti di emancipazione a favore di Ebrei e Valdesi.
A testimoniare la modernità di questo Sovrano è anche la vita privata.
Innamorato di Rosa Vercellana, comunemente conosciuta come la «bella
Rosina», il Re, il 18 ottobre 1869, la sposò pur contro il parere del
Governo e del Parlamento; il matrimonio fu celebrato anche con rito
civile otto anni dopo, il 7 ottobre 1877, a Roma. Vittorio Emanuele
morì tre mesi dopo, il 9 gennaio 1878. Aveva chiesto di essere sepolto
nella Basilica di Superga, a Torino; ma il figlio Umberto I,
accogliendo la richiesta della Municipalità capitolina, fece accogliere
le sue spoglie al Pantheon.
Waldimaro Fiorentino