
Il 15 Settembre del 1904 nacque a Racconigi Umberto II Principe della Reale Casa
di Savoia che fu, almeno fino ad oggi, l'ultimo Re dell'Italia unita. È una data
da celebrare: essa si riferisce ad un Principe grande nella sventura e che antepose
sempre l'interesse della Patria italiana alla Dinastia (una costante, nel corso
della loro storia millenaria, dei Principi di Casa Savoia). Condannato nel 1947
ad un ingiusto esilio - la sua partenza dall'Italia nel giugno 1946 dopo il Referendum
essendo stata del tutto volontaria - fu Re nel comportamento, nello spirito, in
tutti i suoi atti fino alla morte a Ginevra il 18 marzo 1983. Il Re rivolse il
suo pensiero all'Italia così vicina al suo cuore e al suo ricordo, ma così lontana
ufficialmente, fino al suo ultimo respiro.
Ricordiamoci che a commemorare in Italia la morte di Re Umberto, unici, per desiderio
dell'Avvocato Gianni Agnelli, furono i calciatori della Juventus: la domenica
dopo la sua morte giocarono con al braccio una fascia nera di lutto.
Umberto di Savoia nacque nel castello di Racconigi, una notte di temporale, alle
23,00 del 15 settembre 1904. Era figlio di Vittorio Emanuele III, terzo Re d'Italia,
e della Regina Elena, nata Principessa del Montenegro. Ebbe i nomi di Umberto,
Nicola, Tomaso, Giovanni, Maria ed il battesimo ufficiale si celebrò il 4 dicembre
1904: padrini d'eccezione l'Imperatore Guglielmo II e il Re Edoardo VII, rappresentati
dal Principe Alberto di Prussia e dal Duca di Connaught.
Purtroppo la nascita del Principe, salutato da una folla enorme radunatasi davanti
al castello, fu accompagnata da scioperi e disordini estesesi a tutta l'Italia
tra il 16 e il 20 settembre: solo la sera di quel giorno il "grande uragano rosso"
(come fu definito) ebbe termine.
Il Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Giovanni Giolitti stilò
l'atto di nascita lo stesso 20 settembre, esercitando le sue funzioni di "Notaio
della Corona".
Come per tutti i Principi di Casa Savoia e come in generale per tutti i Principi
Reali delle Dinastie allora regnanti, l'educazione di Umberto fu molto severa.
Unico maschio della Famiglia Reale (era stato preceduto dalle Principesse Reali
Jolanda nel 1901 e Mafalda nel 1902 e sarà poi seguito dalle Principesse Reali
Giovanna nel 1907 e Maria nel 1914) ed Erede al Trono, il Principe doveva necessariamente
ricevere un'educazione, non soltanto secondo le tradizioni militari della sua
Casa, ma che ne facesse un Principe, con le responsabilità future di un Sovrano
costituzionale di uno Stato, già considerato grande potenza mondiale.
Per volontà del Re suo padre fu dapprima affidato ad un severo collegio di maestri.
Successivamente, a nove anni di età, il Re nominò il Capitano di Fregata della
Regia Marina Attilio Bonaldi, uno dei suoi Aiutanti di Campo, "Governatore di
Sua Altezza Reale il Principe Reale Ereditario". Il neogovernatore proveniva da
una famiglia di elevate virtù patriottiche, distintasi durante il Risorgimento:
uomo di grande cultura e di alto intelletto, era stato anche uno dei primi comandanti
di sommergibili della Regia Marina.
Contrariamente a quanto successivamente sostenuto, tra il Principe e il Suo Governatore
si stabilì una forte corrente di simpatia, confermata da numerose lettere scritte
dal giovane Principe al suo Governatore e firmate "Pupo", così chiamato dallo
stesso Bonaldi e dalla Famiglia Reale, in alternativa al nomignolo "Beppo".
È interessante ricordare un episodio significativo nella vita del Principe e
del suo educatore. Nel 1914 alla prima crociera dell'Erede al Trono sull'Incrociatore
"Puglia", il Governatore notò che il reale allievo si commuoveva fino ai lacrimoni
davanti all'equipaggio. Molto decisamente e seccamente gli disse: «Altezza Reale,
si ricordi che un futuro Re non piange mai!». Questo spartano modo educativo fu
tuttavia bilanciato nel privato da un notevole slancio affettivo. Si può quindi
concludere che l'educazione ricevuta dall'Ammiraglio Bonaldi, era stato promosso
successivamente a questo grado, finì per preparare davvero il Principe Umberto
al suo futuro ruolo dinastico.
Un'idea di quella che poteva essere allora una giornata "normale" del giovane
Principe?
Di buonora religione con Mons. Beccaria, Cappellano Maggiore del Re; quindi lettere
con il Prof. Taddei, seguite dalle lingue straniere con Gelosi e Paluani. Più
tardi, studi militari (Colonnello Pietro Pintor, Comandante della Scuola di Guerra);
ancora: matematica e scienze della finanza (Prof. Viali); diritto (Senatore Polacco);
storia politica e coloniale (Prof. Mosca); storia dell'arte (Prof. Corrado Ricci);
storia navale (Capitano Bettioli); educazione fisica (Gualdi). Inoltre, scherma
con Sassone; inglese con Miss Brown e francese con il Prof. Gelosi. Ad insegnargli
le scienze naturali fu direttamente lo stesso Bonaldi.
Con la prima guerra mondiale, essendo Re Vittorio Emanuele III al fronte con
i suoi soldati, il Principe Ereditario a meno di undici anni deve svolgere il
ruolo della continuità dinastica. Il 6 giugno 1915, nel corso di una manifestazione
patriottica, fu chiamato dalle grida della folla al balcone del Quirinale ed al
suo apparire scatenò un vero e proprio delirio.
A 14 anni il Principe entra nel Collegio Militare di Roma per tre anni: vi si
distinse per la semplicità e camaraderie con gli altri allievi del Collegio, pur
se i suoi rapporti con loro fossero necessariamente limitati, dovendo continuare
le sue lezioni "private".

Fin da giovanissimo Umberto II manifestò un suo intimo fervore religioso, diremmo
vicino al misticismo ed alla meditazione: è uno degli aspetti meno conosciuti
del Sovrano. Non è da escludersi che questo poteva derivargli anche dal fervore
religioso tipico dei cristiani ortodossi. Non dimentichiamo infatti che la Regina
Elena era nata cristiana ortodossa: tali erano tutti i suoi parenti montenegrini
e russi. Di questo suo fervore nel corso della sua vita ne restano notevoli tracce
che spiegano anche molti dei suoi atteggiamenti. La sua era una fede profonda,
un sentimento radicato, non un semplice rispetto delle tradizioni religiose ed
egli rimase sempre credente e di una fede incrollabile.
Nel corso della prima guerra mondiale, il Principe di Piemonte incontra in Italia
la Principessa che doveva diventare sua Consorte nel 1930, in occasione di una
visita nel nostro Paese del Re e della Regina del Belgio. I due giovani si piacquero
subito e nacque fra di loro una istintiva simpatia.
L'educazione del Principe proseguiva con il passare degli anni, come proseguono
le sue crociere istruttive su navi da guerra, sempre assieme all'Ammiraglio Bonaldi.
Dopo essere stato all'Accademia Militare di Modena, nel novembre 1922 l'Erede
al Trono viene nominato Sottotenente del Primo Reggimento Granatieri di Sardegna:
il suo giuramento avvenne il 20 novembre 1922 nella Caserma Umberto I a Roma alla
presenza del Sovrano suo padre. In quest'occasione il Re invitò a colazione al
Quirinale tutti gli ufficiali del reggimento di suo figlio.
Il Principe Umberto è un ottimo militare, sia pure applicando una certa originalità
alla rigida disciplina del Regio Esercito: fu un ufficiale molto amato dai suoi
soldati e profondamente popolare con tutti gli ufficiali del suo reggimento. I
suoi superiori militari lo riconoscono come un camerata affettuoso e contemporaneamente
subordinato e deferente. La carriera dei Principi Reali è rapida: nel 1925 viene
destinato con il grado di Tenente al 91° Reggimento Fanteria a Torino. Aveva 21
anni. Tre giorni dopo il suo arrivo si stabilì a Palazzo Reale, impiantandovi
la sua "casa militare": Primo Aiutante di Campo Generale fu il Generale Ambrogio
Clerici. Era stata proclamata ufficialmente la sua maggiore età.
Da questa epoca cominciano i non facili rapporti del Principe con il fascismo:
Mussolini non nutriva per l'Erede al Trono una particolare simpatia, sentimento
del resto condiviso dal Principe. Il Duce disapprovava la frequentazione del Principe
di certi ambienti culturali torinesi: tra l'altro, s'infuriò moltissimo perché
Umberto presenziò ad una conferenza del Prof. Pietro Silva, storico alla Facoltà
di Magistero di Roma, in fama di antifascista.
Il Generale Clerici ebbe quindi il non facile compito di districarsi: in tale
frangente lo fece con grande abilità tenendo presente il contrasto esistente tra
gli atteggiamenti e le simpatie dell'Erede al Trono e il Governo fascista. Ulteriore
prova dell'ambiguità dei rapporti esistenti tra la Corona e la dittatura fascista
per oltre un ventennio. Mussolini poi faceva controllare tutti i movimenti della
Famiglia Reale come se si trattasse di semplici cittadini: ciò non poteva facilitare
i rapporti tra il Sovrano e il suo Primo Ministro. È anche vero però che ufficialmente
Casa Savoia fu costretta a controllare i suoi disaccordi con il fascismo tenendo
presente l'indiscusso favore popolare e il seguito che il fascismo aveva da parte
dalla maggioranza della popolazione.
I vari provvedimenti del Governo - tra i quali le famose "leggi fascistissime"
del 1926 (scioglimento dei partiti, annullamento dei passaporti, soppressione
della stampa e delle associazioni avverse al regime, ecc. ecc.) - che il Re, nel
suo intimo, essendo contrario allo Statuto, non poteva approvare, furono però
accettati dalla Corona, costretta a considerarli come un adeguamento delle Istituzioni
alla "nuova coscienza generale", rappresentata dal consenso della nazione nei
confronti del fascismo e del suo capo. D'altra parte la Corona, salvo il golpe
militare, non disponeva di alcuno strumento costituzionale per sbarrare la strada
alla dittatura. Tale concetto era lontanissimo dalla mentalità di Vittorio Emanuele
III, strettamente ligia allo spirito dello Statuto. Certo è che tra Mussolini
e il Sovrano cresceva continuamente una reciproca diffidenza.
Diciamo questo per comprendere la difficile situazione del Principe Ereditario:
egli deve adeguarsi all'atteggiamento tenuto dalla Corona. Nei contrasti latenti
fra Corona e Governo, ne fu successivamente personalmente coinvolto: la legge
dell'8 dicembre 1928 conferiva al Gran Consiglio del fascismo una diretta competenza
sulla successione al Trono: ovviamente si creò un fortissimo contrasto tra la
Corona e Mussolini. Pur trattandosi di un potere limitato esclusivamente "ai casi
dubbi o di manifesta incapacità" e, comunque, prima le Camere ne dovevano essere
investite e ci voleva l'assenso regio, in ogni caso alla base di questa prerogativa
del Gran Consiglio esisteva la volontà di Mussolini di condizionare la successione
al Trono del Principe Umberto. E per sottolineare questa volontà del dittatore,
egli non fu più indicato dalla stampa come "Principe Ereditario", ma come Principe
di Piemonte.
L'ostilità del fascismo verso il Principe Ereditario continuò successivamente
a manifestarsi. Ad esempio, dopo la nascita della primogenita la Principessa Reale
Maria Pia nel 1934, il Principe avrebbe volentieri voluto un comando militare
effettivo: Mussolini riuscì a tenerlo fuori da tutto: dalla politica, dai comandi
effettivi e dalle azioni di guerra proprio mentre stava per iniziare il conflitto
in Etiopia.
In quest'ultimo caso, almeno inizialmente, vi era stata una decisa opposizione
del Sovrano ad ogni azione militare e Mussolini ne fu inizialmente frenato. Quando
però la guerra scoppiò, il Duce mantenne ferma l'opinione che il Principe Ereditario
dovesse essere escluso da questa avventura, sia per salvaguardare l'avvenire di
Casa Savoia sia perché il Principe doveva preoccuparsi di dare un erede maschio
alla Corona. La seconda ragione era evidentemente soltanto teorica.
Il Principe rimase profondamente amareggiato di questa esclusione, ma, abituato
ad obbedire e nel rispetto delle decisioni del Sovrano e del Governo, dovette
adeguarvisi. Per quanto riguarda i giudizi sul Principe Umberto, è interessante
osservare quello che disse di lui al Re Vittorio Emanuele III lo stimatissimo
e valoroso Maresciallo Enrico Caviglia: «Maestà, il Principe è stimato da tutti
i suoi superiori come un ottimo ufficiale e quando, il più tardi possibile, sarà
chiamato a regnare, sarà senz'altro un grande Re».
In quella particolare atmosfera patriottica, coinvolgente tutta l'Italia al tempo
della guerra d'Etiopia, il Principe Ereditario altro non poteva fare che il suo
dovere di Principe e di Ufficiale. Richiesto di donare oro alla Patria, offrì
il suo Collare dell'Annunziata non consegnandolo di persona. Infatti era scontento:
non gli piaceva fare il Generale d'ufficio, mentre i suoi due cugini, i Duchi
di Bergamo e di Pistoia, avevano un comando di divisione in Etiopia. Pur dando
come tutti gli italiani il suo apporto al Governo, trovava quasi derisorio l'essere
stato chiamato, in quei giorni, a far parte del Consiglio Superiore dell'Esercito,
organo che Mussolini neppure consultava. Si era oramai stancato di recitare il
ruolo di "Principe di Rappresentanza".
Dopo il telegramma del Maresciallo Badoglio che annunziava l'entrata delle truppe
italiane ad Addis Abeba e la fine delle operazioni militari, Re Vittorio Emanuele
III, contravvenendo alle rigide tradizioni di Casa Savoia, comunicò personalmente
la notizia al Principe Ereditario: forse la prima volta che il padre comunicava
direttamente al figlio un evento politico che lo riguardava.
Ed anche questa volta il contrasto Monarchia/Governo fu manifesto: il Re dovette
ricordare al suo Primo Ministro di inserire nei documenti ufficiali che l'Impero
- recentemente conquistato alla Corona di Casa Savoia - era "ereditario". Mussolini
se n'era dimenticato!, considerando la vittoria opera sua e lui il solo artefice.
Questo dice già molto.
Il 12 Febbraio 1937 nacque il Principe Vittorio Emanuele: la successione alla
dinastia era così assicurata. 101 colpi di cannone salutarono questo evento: tutta
Napoli scendeva in piazza. L'Italia si coprì di coccarde e di bandiere. Il battesimo
ebbe luogo il primo giugno a Roma nella Cappella del Quirinale ed il Principe
ebbe i nomi di Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo
Damiano Bernardino Gennaro Maria.
Il "Corriere della Sera" scrisse in questa occasione: «È la storia che ci passa
davanti: l'albero genealogico della più antica dinastia d'Europa, coi rami, le
fronde, i fiori, i frutti, e in cima ad ogni ramo un cartiglio e un tondo, col
nome e col volto...».
La nascita del nuovo Principe non riequilibrò purtroppo i poteri all'interno
della diarchia, ormai irrimediabilmente sbilanciati. Il Principe Umberto continuò
ad esplicare i suoi doveri di Generale di Corpo d'Armata, ben conscio tuttavia
delle crescenti difficoltà che l'atteggiamento di Mussolini creava nei suoi rapporti
con il fascismo.
Il più bell'esempio di tale contrasto (sia il Sovrano che il Principe Ereditario
ne furono mortalmente offesi), fu l'investitura data a Mussolini nelle Forze Armate
del grado di Primo Maresciallo dell'Impero: ciò poneva il Duce al di sopra di
tutti i Generali. Naturalmente ne fu insignito anche il Sovrano che però veniva
in ogni caso a perdere un'altra delle sue prerogative, quella di Capo delle Forze
Armate, diventando parigrado con Mussolini.
Ricordiamoci però le date: 1938! Il Re non poté parare il colpo. Il Duce era
ormai troppo forte e del resto la legge che istituiva il nuovo grado fu approvata
per acclamazione dal Senato del Regno. Il Re a Mussolini disse chiaramente: «Dopo
la legge del Gran Consiglio, questo è un altro colpo mortale contro le mie prerogative
sovrane. Le Camere non possono prendere iniziative anticostituzionali del genere.
In altri tempi, di fronte a operazioni come questa, avrei preferito abdicare».
Conoscendo il carattere del Sovrano, sempre stato molto geloso delle sue prerogative,
lo avrebbe fatto senz'altro. Siamo tuttavia in piena crisi diplomatica per le
pretese tedesche sull'Austria e sulla Cecoslovacchia. Abdicare in quel momento
avrebbe significato lasciare l'Italia totalmente nelle mani di Mussolini. Il Re
però ben sapeva che, per quanto fosse indebolita la sua posizione, la Monarchia
rappresentava ancora per la maggioranza degli italiani l'unica àncora di salvezza.
Mussolini provocava continuamente la Monarchia: voleva trovare il modo di disfarsene.
Parlando con Ciano Mussolini fu esplicito: «Nella presa del potere potremo andare
più in là alla prossima occasione. Questa sarà certamente quando alla firma rispettabile
del Re si dovesse sostituire quella meno rispettabile del Principe». Più chiari
di così!
La visita ufficiale di Hitler in Italia, nel maggio 1938, con una Corona esplicitamente
contraria al Führer, incoraggiò le smanie repubblicane del Duce. Del resto i nazisti
chiaramente indicarono a Mussolini "l'ingombrante inutilità della Monarchia Italiana".
In quei giorni il Principe ereditario comparve solo di sfuggita; la Principessa
e lui parteciparono esclusivamente alle cerimonie ufficiali di Napoli, loro residenza,
mai altrove. Sotto il regime fascista non si poteva essere più espliciti.
Negli sconvolgimenti degli ultimi anni 30 sia in campo nazionale che internazionale
(il partito fascista elevato a organo costituzionale, tramite la Camera dei Fasci
e delle Corporazioni; le leggi razziali; Monaco e il Patto a Quattro; l'annessione
dell'Albania ecc.), la figura del Principe Umberto appena si intravede: egli non
vuole assolutamente essere coinvolto in tutte queste faccende che personalmente
non approvava affatto.
Piccolo inciso: l'atteggiamento di Casa Savoia verso le leggi razziali era del
tutto negativo. Ne è riprova quanto Re Vittorio Emanuele III disse a Mussolini
durante un'udienza. Il Duce al Re: «Ci sono ventimila italiani con la schiena
debole, Maestà, che si commuovono per la sorte degli ebrei». Il Re rispose gelido:
«Fra quei ventimila italiani con la schiena debole ci sono anche io». Nella confusione
del momento, con singolare incongruenza, Mussolini balbettò: «Certo Maestà, sono
sentimenti che onorano la Maestà vostra».
Seguendo la regola scritta della Dinastia (i Savoia regnano "uno alla volta")
egli sta fuori dalla scena: non vuole suscitare e creare difficoltà al padre.
Nello stesso tempo, però, essendo colto ed intelligente riflette sulla situazione:
i pericoli incombenti rafforzano il suo originale antifascismo. Il suo sentimento
tuttavia doveva essere coltivato in silenzio, esprimendolo soltanto nella cerchia
di amici fidati.
In altre parole, il Principe Ereditario nella situazione del Paese e con l'indubbio
quasi unanime appoggio popolare al fascismo, era costretto ancora una volta a
quell'esercizio di doppia personalità, alla quale si era dovuto abituare facendo
violenza a se stesso. Gli serviva per dissentire a determinati livelli ed in determinati
ambienti, ma anche l'obbligava ad obbedire, come Principe e come militare.
La lucidità del pensiero del Sovrano (siamo al momento dell'entrata in guerra
dell'Italia nel 1940) è confermata da questo limpido "memo" fatto pervenire al
figlio attraverso la Regina Elena:
«1) Dire no alla guerra. Destituire Mussolini, che resta al suo posto e arresta
il Re. Il Re allora lancia un appello all'Esercito fedele: è guerra civile. L'alleato
tedesco arriva subito in aiuto a Mussolini: occupa l'Italia. Il Re viene fucilato
e i due dittatori proseguono la guerra, che alla fine perderanno. La memoria del
Re caduto sarà sacra, ma i morti della guerra civile dal Sovrano provocata potranno
considerarsi un prezzo equo e giustificato per il trionfo della Monarchia?
2) Oppure, il Re accetta la guerra, non vuole suscitare una guerra civile, quindi
abdica e va in esilio, sciogliendo le forze armate dal giuramento, ed è esule
in un paese neutrale. Hitler e Mussolini fanno la guerra, la perdono, gli alleati
occupano l'Italia, il Re ritorna e riprende il trono. Gli italiani però non avranno
scelta, avranno combattuto la guerra di Mussolini. Al suo rientro in Italia meriterebbe
però il rispetto del popolo un sovrano andato comodamente in esilio mentre i suoi
sudditi combattevano e soffrivano?
3) Ultima alternativa: Hitler e Mussolini vincono la guerra: in questo caso il
Re viene sicuramente cacciato, la Repubblica proclamata. Il Re è tuttavia convinto
che i due dittatori alla fine perderanno: i vincitori e gli italiani riterranno
il Re responsabile della guerra dichiarata e perduta come e più di Mussolini.
La Monarchia sarà abolita e Mussolini viene cacciato. Sarà la Repubblica. Ma si
potrà dire che in questo caso gli italiani avrebbero avuto torto?».
Questo memo è una conferma della lucidità di Re Vittorio. Il Sovrano comprende
le difficoltà in cui si troverà la Monarchia. Non ritiene necessario in ogni caso
coinvolgere il figlio nelle sue decisioni per non comprometterlo. Re Vittorio
tuttavia non si rende conto che sarà proprio il Principe Ereditario a doversi
confrontare con le difficoltà di una guerra perduta e con le scelte, sia pure
senza alternativa, prese dal padre.
Questa era la difficilissima posizione del Principe Umberto in quegli anni tragici
per la nostra Patria. Dal 1938 egli accentua il suo dualismo di sempre: ufficialmente
vive da Generale disciplinato e da Principe ligio agli ordini del Padre; privatamente
cerca di trovare alternative alle previsioni pessimistiche del Sovrano. Purtroppo
per lui è troppo tardi.
Ciano annoterà nel suo diario:
«Lungo colloquio con il Principe di Piemonte. Benché sia stato con me cortese
personalmente, pure ho sentito nel suo animo molta amarezza... Ha criticato con
parole aperte il sistema in genere e la stampa in particolare. Vive nell'ambiente
militare ed ha assorbito in questi mesi una buona dose di veleno che in lui ha
fatto effetto... Non ha né l'esperienza né l'acume del padre benché io lo ritenga
di gran lunga superiore alla sua fama». Ciano ha ragione solo parzialmente: il
Principe Ereditario sa invece sceverare benissimo la situazione; è logico che,
come Principe Ereditario, non può fare una politica diversa da quella del Sovrano.
Anzi deve obbedire, i Principi Reali non fanno politica.
All'entrata in guerra dell'Italia, il Re desidererebbe che il Principe uscisse
dal suo anonimato ed assumesse le sue responsabilità militari. Mussolini invece
è contrarissimo: così il Generale Umberto di Savoia viene soltanto nominato Ispettore
delle Armate sul fronte francese: un incarico di carta.
Finita la campagna di Francia, il Principe riprende le sue ispezioni militari
nella penisola. Aspirerebbe invece ad un comando in Africa ma non c'è nulla da
fare. Nell'aprile del 1942 è nominato teoricamente Comandante del Gruppo Armato
Sud, dove l'autorità effettiva è già in mano al Feldmaresciallo tedesco Kesserling.
Siamo vicini all'8 settembre 1943. Il fascismo "ha ripiegato le vele": non è
riuscito a defenestrare la Corona ed è ad essa che si rivolgono le speranze degli
italiani. D'altra parte fino allora era impensabile che un colpo di Stato della
Corona potesse defenestrare il Duce che aveva ancora dalla sua parte un ampio
assenso popolare. Dopo la guerra però molte cose avrebbero dovuto cambiare.
I Principi di Piemonte continuano ad essere indicati negli ambienti fascisti
come ostili alla guerra ma anche in continua ascesa nel favore della pubblica
opinione. Il Principe critica sempre di più l'organizzazione militare e il regime
e viene considerato da moltissimi ambienti - anche in Vaticano - come la salvaguardia
della Monarchia dopo Mussolini.
Sorvoliamo su tutte le voci e le storie sull'attività antifascista della Principessa
Maria José: fece quanto possibile, attraverso vari contatti, per modificare la
difficile situazione della Monarchia in quelle circostanze. Non ebbero alcun peso
essendo impensabile che la Principessa avesse una qualche influenza sulla politica
italiana. Siamo rimasti nel campo di ipotesi, di piani fantasiosi e di approcci
col nemico del tutto irreali.
Nel 1943 fu conferito al Principe Ereditario il grado di Maresciallo d'Italia.
Si consolidò anche la sua sensazione che l'atteggiamento di "disciplinato figlio
in uniforme del Sovrano" fosse oramai irrazionale e pericoloso. Purtroppo le sue
idee chiare e precise al riguardo avrebbero comportato una ribellione al Governo
ed al Re: nelle Monarchie ciò non è ipotizzabile.
Sappiamo tutti come andarono le cose. Il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò
Mussolini il 24 luglio 1943: il Re ebbe così l'appiglio costituzionale per dimettere
il suo Primo Ministro e sostituirlo con il Maresciallo Pietro Badoglio.
Il Governo Badoglio nei suoi primi 45 giorni cominciò immediatamente a cercare
di far uscire l'Italia dal conflitto, rivelatosi totalmente perduto per l'Italia,
che per di più non aveva più alcuna possibilità di giovare militarmente all'alleato
tedesco. La situazione era di una gravità estrema ed era anche estremamente difficile
arrivare ad un armistizio con gli alleati, senza provocare la violenta reazione
dell'alleato tedesco.
Le trattative furono condotte abbastanza maldestramente: non ci si rendeva conto
che gli Alleati, come da loro dichiarazioni precedenti, non avrebbero accettato
che una resa incondizionata. Il 3 settembre fu firmato l'armistizio di Cassibile
ma è tuttora fonte di discussione quale fosse stata la data precisa dell'annuncio
ufficiale dell'armistizio.
Il Generale Carboni, Comandante del Corpo d'Armata Motocorazzato vicino a Roma
(praticamente l'unica unità vicina alla capitale che avrebbe potuto e dovuto contrastare
una reazione tedesca), si comportò con il Generale U.S.A. Taylor - venuto a Roma
per concordare con lo S.M.R.E. il lancio di una divisione aereotrasportata vicino
alla capitale - in maniera così equivoca e così poco lineare, che l'americano
ritornò immediatamente ad Algeri convinto che gli italiani "ciurlassero nel manico".
Aggiungerò, per delineare le responsabilità gravissime del Generale Carboni con
le conseguenze disastrose che il suo atteggiamento ebbe susseguentemente, che
al Consiglio della Corona, del quale egli faceva parte, convocato dal Re lo stesso
8 settembre, dopo che alle ore 14,00 Radio Algeri aveva già annunziato unilateralmente
l'armistizio, questo ufficiale non si peritò di richiedere l'annullamento dell'armistizio
e la continuazione della guerra contro gli Alleati! No comment.
Il Re si prese da solo la responsabilità di accettare l'armistizio nelle difficili
condizioni che questo ambiguo anticipo avrebbe creato al Governo ed alle Forze
Armate Italiane. Ciò comportò inevitabilmente, date le circostanze, che il Re
ed il suo Governo furono costretti a lasciare Roma per non cadere nelle mani dei
tedeschi. Conosciamo bene le discussioni in argomento, ma pochi si resero conto,
allora come oggi, delle conseguenze che ne sarebbero scaturite se il Capo dello
Stato e il Governo fossero rimasti a Roma: annullamento immediato dell'armistizio,
prigionia tedesca del Re il che avrebbe significato che nessuna istituzione legittima
avrebbe potuto garantire l'armistizio testé firmato. Le disgrazie per la nostra
patria e le conseguenze di tutto ciò sarebbero state ancora peggiori.
Ricordiamoci - e nessuno mai lo dice - che i tedeschi avevano già messo a punto
un piano per la cattura del Sovrano e della Famiglia Reale. Se questo piano fosse
riuscito, l'Italia sarebbe stata rappresentata soltanto dai "Quisling" di Mussolini
a Salò e la Monarchia non avrebbe potuto instaurare al Sud quel nuovo rapporto
con gli anglo-americani, con i quali aveva firmato un armistizio.
Ma sulla cosiddetta "fuga" del Re e del Governo da Roma, molto si è detto e molto
si dovrebbe ancora scrivere per ristabilire la verità di quei fatti. Poiché qui
parliamo di Umberto II, non è il caso di entrare in questo argomento.
Quale fu l'atteggiamento del Principe di Piemonte in quei tragici giorni, seguendo
il Sovrano suo Padre ed il Governo nel trasferimento da Roma a Brindisi? La storiografia
ufficiale parla spesso del desiderio espresso dal Principe di ritornare a Roma:
prendere il comando delle truppe nella capitale ed in Italia per resistere ai
tedeschi con un Principe di Casa Savoia alla loro testa. Da un punto di vista
sentimentale, il desiderio dell'Erede al Trono era più che giustificato: del resto
esso rientrava esattamente nella mentalità generosa di Umberto.
Senonché il Principe dovette rapidamente comprendere l'impossibilità di un tale
gesto: il Re aveva 74 anni, dei quali ben 43 di difficile regno che indubbiamente
avevano logorato la fibra del Sovrano. Umberto era l'Erede al Trono, suo figlio,
un bambino di 6 anni, stava per passare in Svizzera. La continuità della Dinastia
e del suo capo, unici garanti dell'armistizio di fronte agli alleati, era quindi
affidata non solo al Re, ma anche all'unico figlio. Il Principe Umberto non poteva
quindi ritornare a Roma: gesto eroico sì e che forse avrebbe salvato la Dinastia,
ma al prezzo della rovina del futuro della Patria.
Umberto pertanto seguì il Padre a Brindisi: al Sud è determinante nello stabilire
con gli Alleati un rapporto di collaborazione di primissimo ordine, facendo di
tutto per attenuare le dure condizioni dell'armistizio. Mette in opera tutta la
sua influenza per ricostituire l'Esercito e le Forze Armate rimaste al Sud, tra
le quali preminente la Regia Marina (che, non dimentichiamolo, salpò per Malta
solo ed esclusivamente per eseguire gli ordini del Re).
A poco a poco la personalità del Principe di Piemonte, sempre nel rispetto delle
prerogative e della figura del Sovrano, si fa sempre più importante. Sempre più
apprezzato è il Principe, sia dagli Alleati come da quegli uomini politici al
Sud coi quali aveva a che fare. Purtroppo per la maggior parte di costoro l'unico
scopo era l'abbattimento della Monarchia e non il portare l'Italia ad una pace
quanto meno onerosa possibile. (Per inciso dirò che la popolarità del Principe
con gli Alleati ebbe una conferma straordinaria in occasione della visita che
Re Umberto, oramai in Esilio, fece in America nel 1963. Fu ricevuto dal Presidente
Eisenhower a Washington come un Capo di Stato; con il Generale Mark W. Clark,
già comandante delle truppe americane e poi di tutte le truppe alleate sul fronte
italiano, visitò numerose installazioni militari negli Stati Uniti).
Sotto pressione degli Alleati, continuamente pungolati dai politici italiani
al Sud perché risolvessero il problema della Monarchia e della persona di Vittorio
Emanuele III, il 12 aprile 1944 il Re fu costretto a delegare all'Erede al Trono
la Luogotenenza Generale del Regno, con effetto dalla liberazione di Roma. Il
vecchio Sovrano, pur rimanendo nominalmente Re d'Italia, si ritirò a vita privata.
Con la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, l'Erede al Trono Umberto di Savoia,
Principe di Piemonte, assume l'incarico di Luogotenente Generale del Regno (si
noti l'espressione voluta dai politici italiani: "del Regno", non "del Re", come
era avvenuto nel 1915-18 quando, con l'assenza del Re da Roma trasferitosi al
fronte, lo zio Tommaso Duca di Genova fu nominato Luogotenente Generale del Re),
altra prova dell'accanimento politico contro la Monarchia degli uomini politici
di allora.
Quindi a tutti gli effetti è vero che Umberto di Savoia diventò sì, nominalmente,
Re con l'abdicazione del padre nel maggio 1946, ma in realtà fu Re effettivo d'Italia
fin dal giugno 1944. È pertanto errato definirlo "il Re di Maggio".
Per il Principe Umberto il periodo della luogotenenza fu quantomai difficile.
Aveva contro tutti i partiti politici allora esistenti e tra questi si distingueva
per fanatismo e accesa propaganda antimonarchica il piccolo Partito d'Azione (destinato
a scomparire dopo pochi anni di Repubblica), pur composto da uomini di grande
levatura e professionalità.
Tra i suoi compiti, quello di cercare di aumentare la partecipazione alla campagna
militare degli Alleati sul nostro territorio delle truppe del Regio Esercito.
Avremo così prima il Raggruppamento Motorizzato, poi il Corpo Italiano di Liberazione
(C.I.L.), infine i Gruppi di Combattimento nell'ultima fase della campagna d'Italia
(gennaio-aprile 1945) dopo lo sfondamento della linea gotica. A questa, purtroppo,
le truppe italiane non parteciparono perché il C.I.L. fu ritirato dal fronte a
fine agosto 1944 per permettere l'organizzazione dei gruppi di combattimento.
Durante la Luogotenenza il Principe Umberto visitava di continuo i soldati al
fronte (come pure le truppe alleate, specie i polacchi del Generale Anders che
lo accolsero sempre con gradissimo entusiasmo). Politicamente egli agì sempre
con grande equilibrio, misura e competenza - e soprattutto grande spirito di sacrificio
- nel difficile incarico affidatogli dal padre.
Doveva agire, non dimentichiamolo, in un contesto politico ostile dove molte
delle sue prerogative, spettanti costituzionalmente e secondo lo Statuto al Sovrano,
non gli furono riconosciute. Esempio il giuramento dei Ministri, che pure erano
Ministri del Regno, non menzionava più la figura del Re, tuttora Capo dello Stato:
si trattava di un giuramento fasullo e del tutto irrilevante, con un vago riferimento
alla Patria ed alla Nazione.
Le rivalità, le liti, le piccinerie, le ambizioni degli uomini politici italiani
anche a quell'epoca sono ben descritte nelle memorie del Ministro della Real Casa
Falcone Lucifero. Il Luogotenente prima e il Re dopo mantenne sempre un atteggiamento
di comprensione, di pazienza, di interesse nei confronti di quel mondo politico
di allora, già così rissoso, il che valse al Luogotenente Generale un ampio riconoscimento
da parte di questi personaggi tra i quali rarissimi erano i monarchici.
Uno dei più interessanti giudizi su Umberto Luogotenente Generale del Regno è
quello di Churchill, in Italia nell'agosto 1944 per essere presente all'inizio
dell'offensiva dell'Ottava Armata Britannica sull'Adriatico per lo sfondamento
della Linea Gotica. Nelle sue memorie, il Primo Ministro inglese così si esprime:
«All'Ambasciata Inglese a Roma incontrai per la prima volta il Principe Umberto,
che era allora Luogotenente Generale del Regno, il Capo effettivo dello Stato
e Comandante delle Truppe Italiane combattenti. La sua brillante e interessante
personalità, la sua completa comprensione di tutta la situazione, militare e politica,
mi diede un senso di vivo compiacimento e maggiore fiducia di quanta me ne avevano
dato le conversazioni con i vari rappresentanti dei partiti politici. Io sperai
vivamente che egli potesse avere una parte importante nella creazione di una Monarchia
Costituzionale in un'Italia libera, forte e unita». Può essere interessante un
commento del Luogotenente al termine del suo incontro con Churchill (riferito
dal Capitano di Fregato Rodolfo Balbo, allora Aiutante di Campo del Principe):
«Ce n'è voluto per portare in porto questo incontro perché Churchill non voleva
assolutamente saperne di vedere né Bonomi né Badoglio. Sono stato io ad insistere
perché, oltretutto, non volevo che si dicesse che armeggio per mantenermi a galla
col suo aiuto straniero».
Sono frasi e giudizi importanti che dipingono effettivamente la personalità di
Umberto di Savoia e quale Sovrano egli sarebbe stato per l'Italia.
Il Luogotenente Generale tenne anche a sottolineare i rapporti eccellenti esistenti
fra il Quirinale e il Vaticano: per la prima volta, nell'inverno del 1946, volle
dare un grande ricevimento al Quirinale per ricevervi i nuovi Cardinali nominati
da Sua Santità Pio XII nell'ultimo Concistoro.
Nel maggio 1946 Re Vittorio Emanuele III decide di abdicare sacrificando, dopo
46 anni di regno, la sua persona e conoscendo quanto, sia pure ingiustamente,
egli fosse ritenuto un ostacolo al mantenimento della Monarchia.
Umberto di Savoia diventa così Re d'Italia. Il popolo romano volle tributargli
un'entusiastica manifestazione di fedeltà e di affetto in Piazza del Quirinale,
piena zeppa, chiamando ripetutamente al balcone il Re, la Regina ed i Principi
Reali.
Com'era da attendersi, i partiti politici fecero fuoco e fiamme per questa abdicazione
ritenuta contraria al patto di tregua istituzionale che essi consideravano istituitosi
con l'assunzione da parte del Principe Umberto della funzione di Luogotenente
Generale del Regno. Poiché tutto era però avvenuto nella più stretta legalità
istituzionale, furenti si rassegnarono ad accettare l'assunzione al trono di Re
Umberto II.
Tralasciamo le vicissitudini della campagna elettorale per la Costituente (mai
campagna elettorale politica fu meno serena e più condizionata dagli avversari
della Monarchia di questa). Veniamo adesso al Referendum. Come premessa bisogna
ricordare che il Referendum fu possibile solo e in quanto istituito con atto personale
e firma del Luogotenente Generale del Regno nelle sue capacità di Capo dello Stato.
Un Referendum, che lo si voglia o meno, concesso da colui che era allora in Italia
il Sovrano effettivo.
Fu anzi proprio il Luogotenente Generale ad insistere per il Referendum come
scelta per la decisione sulla forma istituzionale dello Stato piuttosto che lasciare
ad un'Assemblea Costituente tale decisione.
Il Principe affermò che il Referendum era in questo caso la forma migliore: il
popolo intero poteva così decidere direttamente su una questione così importante.
Non tramite uomini politici che, anche se eletti dal popolo, sarebbero stati altamente
influenzabili in un'eventuale Assemblea Costituente.
Nel mese prima del Referendum, Re Umberto fece il possibile per rinforzare la
Monarchia. Indubbiamente la sua personalità, il suo fascino, la sua semplicità
e la sua grande disponibilità nei confronti di tutto e di tutti contribuirono
notevolmente a dare alla Monarchia il grande numero di voti ottenuti nel Referendum.
Il Re si rendeva però perfettamente conto come tale Referendum non poteva essere
veramente determinante per il futuro dell'Italia, date le condizioni eccezionali
in cui doveva tenersi. Si pensi che nel 1946 non votarono ben 600.000 italiani,
ancora prigionieri di guerra e non rientrati. Inoltre non votarono le province
di Trento, Bolzano, Udine e Trieste, ancora sotto regime militare alleato, come
pure non votarono molte persone che per una ragione o per l'altra avevano perso
il diritto al voto.
In una situazione così poco chiara e così poco democratica, il Re volle essere
straordinariamente corretto, tanto da promettere ufficialmente al popolo italiano
un secondo Referendum confermativo ove la Monarchia avesse vinto con un'esigua
maggioranza: davvero più democratici di così non si poteva essere.
La Repubblica ufficialmente vinse con 12.672.767 voti contro 10.684.905 dei Monarchici.
La differenza era praticamente di due milioni, pertanto molto esigua. Queste cifre
fanno comprendere quanto sarebbe stato necessario che gli italiani potessero fare
una vera scelta al di fuori delle tensioni del 1946, rinviando il Referendum almeno
di un anno. L'ironia della sorte volle che, malgrado che la Repubblica si sia
reiteratamente e monotamente sempre proclamata antifascista, buona parte dei voti
ottenuti furono quelli dei fascisti repubblicani di Salò!
In ogni caso, data l'incertezza dei risultati, il Presidente della Corte di Cassazione,
Sua Eccellenza Pagano, nel proclamare le cifre della consultazione concluse: «La
Corte, a norma dell'art. 19, omissis, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo
sulle contestazioni, proteste, reclami presentati agli uffici delle singole sezioni,
a quelle centrali e circoscrizionali e alla Corte stessa... Integrerà il risultato
con quello delle sezioni ancora mancanti e indicherà il numero complessivo degli
elettori votanti, dei voti nulli e di quelli attribuiti». Questo avveniva il 5
giugno 1946.

Mentre la Corte di Cassazione esprimeva grossi dubbi sulla validità delle votazioni,
nel Governo l'impazienza cresceva e pochi si dimostravano disposti ad attendere
che la Corte terminasse i controlli annunciati, come sarebbe stato democratico
e logico, ed in base a questi proclamasse finalmente a Repubblica.
Cominciò allora quella lotta sorda e sottile tra il Governo ed il Sovrano. Il
Re ritenne doveroso far partire immediatamente per il Portogallo la Regina e i
suoi figli e per l'estero tutti i Principi Reali (meno la vecchia Duchessa d'Aosta
alla quale permise di rimanere a Napoli). Il Re disse tuttavia che lui sarebbe
partito soltanto quando la Corte di Cassazione avesse verificato i risultati definitivi
del Referendum. Il Governo, molto poco diplomaticamente, tentò di offrire la sua
garanzia sui risultati e la legalità del Referendum: dichiarazione del tutto inaccettabile
essendo il Governo parte direttamente in causa, tanto che De Gasperi se ne rese
immediatamente conto comprendendo la risposta del Sovrano: in essa si diceva chiaramente
che la proclamazione di un Governo Repubblicano prima della decisione della Corte
di Cassazione sarebbe stata un'illegalità.
La situazione era molto difficile. Dalla parte del Sovrano ben dieci milioni
di italiani oltre a quasi tutte le Forze Armate ed ai Carabinieri Reali. Gli Alleati,
tuttavia, praticamente aventi ancora il controllo effettivo del Paese, avevano
dichiarato che la posizione del Re nei confronti del Paese non era cambiata con
la lettura dei voti, visto che la Corte di Cassazione aveva semplicemente deciso
di non decidere. In proposito fu molto esplicito l'Ambasciatore britannico Sir
Noel Charles il quale disse chiaramente: «Inglesi ed Americani non desiderano
che il Governo Italiano assuma una posizione in contrasto con le decisioni della
Corte di Cassazione». Più dubbi di questi da parte di osservatori neutrali come
gli anglo-americani, non si potevano esprimere.
Nell'incertezza della situazione, il 12 giugno il Re indirizzò una ferma lettera
al Governo: «... ancora una volta confermo la mia decisa volontà di rispettare
il responso del popolo italiano espresso dagli elettori votanti quale risulterà
dagli accertamenti e dal giudizio definitivo della Suprema Corte di Cassazione,
chiamata per legge a consacrarlo. ... è mio desiderio di apportare il massimo
contributi alla pacificazione degli spiriti, sono sicuro che possiamo continuare
quella collaborazione intesa a mantenere quanto è veramente indispensabile: l'unità
d'Italia». Il Sovrano si confermava così di animo e sentimenti profondamente democratici:
purtroppo il suo atteggiamento era patetico perché egli non si rendeva conto quanto
i suoi richiami alla legalità non volessero essere accettati dal Governo; era
un intervento inutile. I ministri nella maggioranza si consideravano rivoluzionari,
non tenevano conto della legalità ed, anzi, si sentivano in realtà gli eredi di
Piazzale Loreto!
Momento tragico ed indubbiamente gravissimo: poteva scoppiare uno scontro armato
tra un'Italia meridionale e monarchica e un'Italia settentrionale relativamente
repubblicana. Attorno al Re i suoi Consiglieri erano divisi fra coloro fautori
di un gesto di forza e altri di attendere le decisione della Corte di Cassazione.
Nella notte fra il 12 e il 13, per sua sicurezza personale, il Re dormì in casa
di un amico.
In quella notte tuttavia accadde l'imprevedibile: il Governo tagliò la testa
al toro. Effettuò cioè un vero e proprio colpo di Stato proclamando "Capo Provvisorio
dello Stato" De Gasperi, con il Re ancora a Roma e la Corte di Cassazione indecisa
sui risultati definitivi del Referendum. Chiaramente fu un gesto altamente illegale.
Nelle circostanze, Re Umberto misurò la sua statura, dimostrando il suo equilibrio,
il suo senso dello Stato, nella forza della tradizione millenaria che sapeva di
avere in lui. Il Sovrano prima di tutto ed unicamente pensa all'Italia: in questa
prospettiva Umberto II piglia la decisione che lo consegna alla storia.
Esaminiamo tuttavia le alternative, possibili e fattibili la mattina del 13 giugno
1943 da parte del Re:
1) dichiarare il Governo decaduto, costituirne uno nuovo: inchiesta sul Referendum
e nuova consultazione;
2) non tener conto del colpo di Stato del Governo e rimanere a Roma fino al giudizio
della Cassazione, previsto per il 18 giugno;
3) emanare un proclama denunciando l'usurpazione e appellandosi al popolo;
4) lasciare l'Italia alla luce del sole, con gli onori di rito, nessuna abdicazione,
nessun passaggio di poteri, proclama alla Nazione.
Ai molti pareri contrari, fra i quali quelli che insistevano per la maniera forte,
il Re rispose di non volere la responsabilità di un'altra guerra civile, dopo
i disastri in 'Italia tra il 1943 e il 1945. Rifiutò ringraziando l'appoggio di
coloro che glielo offrirono (decorati, reduci ecc. ecc.), come declinò l'aiuto
del Generale Anders e delle sue truppe polacche. Scelse la quarta soluzione.
Partendo, nel cortile del Quirinale abbracciò il Duca Maggiore Riario Sforza
Comandante dei Corazzieri e nel suo abbraccio comprese tutte le Forze Armate Regie.
Arrivati a Ciampino non salutò i due Ministri del Governo, l'Ammiraglio de Courten
della Marina e l'on. Cevolotto dell'Aeronautica, non riconoscendo più il Governo
del quale facevano parte. Partì per Lisbona col suo piccolo seguito ed ebbe una
traversata quanto mai burrascosa, atterrando prima a Madrid. In piena tempesta
il pilota chiese al Re il permesso di tornare in Italia: gli fu risposto «Vada
avanti, qualsiasi cosa succeda».
Il 18 giugno la Corte di Cassazione, dopo aver esaminato finalmente i vari ricorsi
ecc. ecc., si limitò a dire soltanto il numero dei voti della Repubblica e quelli
della Monarchia. Dopodiché il Presidente Pagano si alzò, lasciò la sala, senza
pronunciare la formula che tutti si attendevano: «...in base ai risultati del
Referendum si dichiara decaduta la Monarchia di Casa Savoia e si proclama la Repubblica
Italiana». Il paradosso della nascita di questa Repubblica è tutto qui: essa non
è mai stata proclamata ufficialmente.
Così Umberto II lasciò l'Italia per un esilio da cui non poté mai più ritornare.
Ma la lasciò da Re perché non abdicò mai: non era più Re d'Italia perché l'Italia
era una Repubblica, ma era pur sempre il Re e tale rimase fino all'ultimo dei
suoi giorni.
L'Italia è una Repubblica "de facto" da 58 anni: oggi è abbastanza solida, accettata
e riconosciuta dalla maggioranza degli italiani. Non si comprende quindi perché
si ostina a disconoscere la verità che ne fu alla nascita: un atteggiamento che
ne rafforzerebbe invece il prestigio e la sicurezza. Ricordiamo infatti:
1) il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica fu un vero e proprio colpo di
Stato: se esso fu relativamente incruento (salvo i noti moti di Napoli), questo
fu dovuto a Re Umberto II.
Le Forze Armate, ancora strettamente legate dal giuramento di fedeltà al Sovrano
(la Marina e i Carabinieri prima di tutti), erano nella massima parte monarchiche.
Ad un ordine sarebbero state senz'altro pronte a reagire al colpo di Stato governativo
e la loro crisi di coscienza fu superata solo dalla fedeltà al Sovrano ed all'obbedienza
che come militari gli dovevano. E così fu evitato all'Italia un passaggio istituzionale
assai più difficile e controverso.
2) Come seconda conseguenza, si può dire l'assoluta inutilità dell'esilio forzato
del Sovrano e del suo Erede maschio prorogatosi per più di 60 anni. Si poteva
anche comprendere nei primi anni della Repubblica, dato che metà degli italiani
aveva votato Monarchia. Ma già dal 1950 era diventato altamente ingiusto.
Umberto II in esilio fu sempre il Re: come tale agì e si comportò fino al momento
della sua scomparsa, nel 1983.
Riceveva gli italiani a Villa Italia, ben pochi di coloro che erano di passaggio
in Portogallo non si recavano a visitarlo. Il Re si teneva al corrente delle vicissitudini
italiane, sia di cronaca che politiche, interveniva col suo aiuto finanziario,
inviando i suoi rappresentanti - Principi reali o funzionari di Corte - ogniqualvolta
riteneva necessaria la presenza della Monarchia negli eventi della Patria.
Gli avvenimenti felici italiani formavano la sua felicità; gli eventi tristi,
quali ad esempio la tragedia del Vajont (proprio durante la sua visita americana),
lo colpivano profondamente. Il suo rammarico ed il suo dolore furono sempre non
poter essere vicino di persona agli italiani che soffrivano. La mancanza della
Patria fu per Re Umberto II la più grande pena ed il più grande dolore, dal quale
non riuscì mai a guarire in tutto il suo lungo esilio.
Citerò un episodio personale che conferma questo suo atteggiamento e l'amore
verso una Patria, con lui mai stata molto generosa. In una delle mie visite al
Re, d'estate, quando mi recavo in vacanza nell'Algarve, come tutti gli anni chiedevo
per mia moglie e per me un'udienza al Sovrano. Ci ha sempre ricevuti con la cordialità
e la disponibilità ripetutamente dimostrata verso le nostre famiglie. Mi pare
fosse nell'agosto del 1975: Gheddafi espulse dalla Libia tutti gli italiani. La
nostra visita al Re fu ritardata di alcune ore perché era assente e ritornava
di lì a poco. Quando fummo ricevuti, scusandosi per il ritardo, disse che era
appena ritornato in volo dal Marocco: si era recato dal suo amico Re Hassan II
per chiedergli, come sovrano musulmano, di intervenire presso Gheddafi ed alleviare
le pene e le sofferenze degli italiani espulsi dalla Libia dopo generazioni di
lavoro in quel Paese. A tanti anni di distanza dall'inizio del suo esilio, Re
Umberto pensava ancora al bene di coloro che erano stati i suoi sudditi.
Molto altro su Re Umberto non c'è da aggiungere. Possiamo però sottolineare che
i 37 anni del suo esilio sono stati esemplari per la dignità con la quale il Sovrano
sopportò questa immensa pena: sono stati gli anni nei quali questo Re ha manifestato
la pienezza di una regalità che per esprimersi non ha avuto bisogno né di reggia
né di trono.
Riporto ancora l'osservazione del Comandante Rodolfo Balbo sulla Monarchia, riferita
a Re Umberto II: «... con l'inaridirsi delle radici stesse delle Monarchie, queste
possono sopravvivere ed anche prosperare soltanto se fondate sull'accordo emotivo
che un sovrano riesce a stabilire con il suo popolo. Ciò che, ne sono certo avrebbe
potuto fare Umberto II».
Ed a questo punto leggo un significativo periodo del bellissimo proclama di saluto
agli italiani quando partì per l'esilio il 12 giugno 1946:
«Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente
sovrano della Magistratura, il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo,
con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa
di provocare spargimento di sangue o subire la violenza ... ... ... A tutti coloro
che conservano ancora fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella
all'ingiustizia, io ricordo il mio esempio e rivolgo l'esortazione a voler evitare
l'acuirsi di dissensi che minaccerebbero l'unità del Paese, frutto della fede
e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni
del trattato di pace. Con l'animo colmo di dolore ma con la serena coscienza di
aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra.
Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la
Patria, coloro che lo hanno prestato e vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime
prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome dell'Italia e il
mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso
potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l'Italia».
La morte in esilio di Re Umberto II è stata il coronamento delle sue sofferenze.
Sono anche io dell'avviso di alcuni che far rientrare all'ultimo momento il Sovrano
morente in Italia, non avrebbe certo giovato all'immagine ormai formatasi negli
italiani, monarchici e repubblicani, di un uomo dignitoso anche nelle circostanze
più terribili; di un uomo forte nel dolore; di un Re ligio ad una legge repubblicana
che ha voluto estraniare lui e tutta la Dinastia dalla nostra Patria e dalla storia
d'Italia, dinastia alla quale si deve l'indipendenza e l'unità italiane. In fondo,
dobbiamo esserne lieti: gli è stata risparmiata l'ultima umiliazione, di dover
ringraziare chi aveva atteso soltanto la sua agonia per decidere; soltanto umiliante
sarebbe stato il ritorno del Re sull'onda della commozione e della pietà.
UN RE NON RIENTRA IN PATRIA DALLA PORTA DI SERVIZIO.

Adesso Re Umberto riposa, come da lui desiderato, nell'Abbazia di Hautecombe,
assieme alla Regina Maria José ed al suo avo Re Carlo Felice di Sardegna, oltre
a tanti Conti e Duchi di Casa Savoia. Noi non possiamo altro che augurarci che
questo grande ed umano personaggio possa essere sepolto dove gli compete come
Re d'Italia e con lui devono riposare Re Vittorio Emanuele III, Sovrano per ben
46 anni; la Regina Elena, esempio di madre e sposa ammirevoli, sempre dedita al
benessere del suo popolo, e la Regina Maria José che ha condiviso l'esilio assieme
a suo marito ed a suo figlio: nel Pantheon di Roma.
Auguriamoci che la Repubblica - almeno adesso - comprenda l'importanza delle
tradizioni e della storia che fanno parte intrinseca dell'animo di una nazione.
Casa Savoia, prima di essere la Dinastia regnante d'Italia, è stata antesignana
nel comprendere l'importanza della missione di unificare l'Italia, a cui il destino
l'aveva portata. Umberto II, come i Sovrani che l'hanno preceduto, fa parte della
nostra storia, della nostra tradizione, della nostra vita nel bene e nel male.
Di questa eredità, di questo ricordo della Dinastia, Re Umberto è stato il più
grande artefice: si è sacrificato perché di Casa Savoia, nel cuore degli italiani,
potesse rimanerne un integro ricordo. Che poi la Repubblica dalla sua nascita
ad oggi abbia fatto di tutto per cancellare dalla storia, dal ricordo e dalla
riconoscenza degli italiani, Casa Savoia e specialmente Re Umberto II è tutta
un'altra storia.